Costruire il gruppo è la traduzione di “Team Building“, un termine che sta entrando in uso anche in Italia in quelle aziende che hanno interesse a creare delle nuove connessioni sociali tra i propri dipendenti. Ho appena partecipato come guida cicloturistica ad una esperienza promossa dalla GSK, la nota multinazionale farmaceutica con sedi in Italia e in tutto il mondo.

Il progetto si chiama “Ride for Joy” e ha l’obiettivo primario di raccogliere fondi da destinare alle attività di Dynamo Camp, il primo centro in Italia di Terapia Ricreativa appositamente strutturato per ospitare gratuitamente per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi malati, in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione. Il centro è situato a Limestre, nell’appennino pistoiese, in un’oasi del WWF realizzata ristrutturando l’area dove sorgeva una vecchia fabbrica i cui edifici sono ora adibiti a laboratori, servizi e ostelli per gli ospiti.

L’idea della GSK è stata quella di coinvolgere 40 manager provenienti dalle sedi di tutto il mondo in un raid in bicicletta di oltre 500 km, il cui percorso mette in collegamento le quattro sedi italiane di Siena, Parma, Milano e Verona, passando per Pistoia e la sede di Dynamo Camp a Limestre.

I manager che hanno partecipato all’iniziativa, a seguito di una selezione, si sono fatti carico ciascuno di una raccolta di fondi per raggiungere la quota minima di 40.000 €, raddoppiati dalla GSK alla fine della raccolta.

L’esperienza è stata complessa dal punto di vista organizzativo perché si trattava di far affrontare in 5 tappe di circa 100 km al giorno, un percorso fatto di strade, prevalentemente secondarie, ma aperte al traffico veicolare.

Inoltre, i 40 riders non si conoscevano tra loro e ciascuno aveva in testa un modo diverso di interpretare questo viaggio in bicicletta attraverso l’Italia. C’erano molti cicloamatori granfondisti, abituati alla competizione e alla velocità (ma mai cimentatisi in avventure di questo chilometraggio), e ciclisti alle prime o alle “ultime armi”, molto preoccupati delle salite da affrontare e della propria tenuta in sella per tanti chilometri e tante ore.

Sono stati formati 3 gruppi con una guida ciascuno e un’auto di supporto al seguito. Il primo gruppo di ciclisti “agonisti”, difficili da gestire, ma abituati a stare in gruppo andando veloci. Il secondo gruppo di cicloamatori veloci ma meno competitivi, e il terzo cosiddetto dei “contemplativi”.

Io, naturalmente, ho guidato questo terzo gruppo che, strada facendo, è cresciuto numericamente in quanto accoglieva tutti coloro che venivano attratti da una andatura, non tanto meno veloce, quanto più consona al godimento del paesaggio e più rilassata.

L’esperienza è stata molto bella per tutti i partecipanti. Man mano che scorrevano i chilometri e si passava dalle colline del Chianti ai boschi dell’Appennino pistoiese, i gruppi di sconosciuti cominciavano a riconoscersi. Da una massa apparentemente omogenea, in quanto tutti indossavano lo stesso completo, si è passati a gruppi di individui con un volto, delle voci, un modo di muoversi e di esprimersi molto diversi tra loro.

L’italiano si mischiava con l’inglese parlato dai molti partecipanti stranieri, ma anche dagli italiani (che lavorano in una multinazionale). Pian piano le personalità di ciascuno hanno avuto modo di esprimersi, di riconoscersi, di dialogare.

Questo è il miracolo del ciclismo: bastano pochi chilometri percorsi insieme pedalando, per costruire un gruppo di ciclisti che poi, dopo poco diventa un gruppo di amici dai quali, alla fine del viaggio, non ci si vorrebbe più separare.

Questo perché il ciclismo è condivisione della fatica ma anche del piacere di stare in equilibrio su due ruote, del divertimento nella guida della bicicletta, della percezione dell’aria che ti rinfresca, del sole che ti riscalda, delle gambe che girano, del film interminabile e inaspettato che scorre, fatto di paesaggi, odori, piccole emozioni della mente che si libera dei pensieri.

Fare team building in bicicletta è forse il modo migliore per riscoprire se stessi all’interno di un gruppo che, man mano, liberandosi dei ruoli sociali e dei condizionamenti che questi comportano nelle relazioni, diventa l’insieme di tanti individui sorridenti e scherzosi che si conoscono e riconoscono nella ripetitività del gesto atletico e nella ritualità dell’esperienza del viaggio in bicicletta.

Molti di loro hanno imparato ad essere gruppo, a comportarsi da gruppo, indicando le buche sulla strada, i pericoli agli incroci e alle rotonde, segnalando perdite di contatto di alcuni, viaggiando ordinati in fila indiana per poi lasciarsi andare durante le soste ai ristori, liberandosi temporaneamente delle bici, reintegrando le energie mentre si chiacchiera e gioca.

Le persone che ho incontrato a Siena il primo giorno non sono le stesse che ho lasciato a Verona. Nei miei ricordi sono tanti amici con cui ho vissuto una bellissima esperienza e che mi piacerebbe incontrare nuovamente per condividere altre avventure.

Molti di loro erano già ammalati di ciclismo, ma ora, grazie a Ride for Joy, credo che abbiano capito che il Ciclismo è anche l’unica malattia che ti guarisce.

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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