I termini utilizzati per definire la mobilità pedonale e ciclabile si riferiscono in generale alla lentezza, al passeggiare, al vivere gli spazi pubblici, enfatizzando le differenze con una mobilità meccanizzata, invasiva e frenetica.

Questa terminologia non sempre si può applicare alla mobilità in bicicletta.

Chi va in bicicletta ama anche la velocità, il piacere della guida, il sentirsi tutt’uno con la propria bicicletta.

Pedoni si nasce, ciclisti si diventa.

Ma non tutti i ciclisti sono uguali perchè variano le motivazioni di ciascuno. In altro post ho cercato di classificare le varie tipologie di ciclisti e le loro abitudini.

Qui voglio affrontare un tema che mi sta a cuore perchè sento la necessità di far conoscere e di affermare il punto di vista sulla mobilità dolce del ciclista randonneur, il cui modo di pensare, di sentire e di vivere il ciclismo è diverso da tutti gli altri, particolarmente diverso da quello dei ciclisti urbani.

Il tema della mobilità urbana (a cui si associa il termine sostenibile) è un tema caldissimo e riguarda miliardi di persone. Dopo decenni di dominio dei mezzi motorizzati, ci si è resi conto che il modello praticato, promosso in tutti i modi attraverso una pubblicità invasiva e ossessiva che tuttora domina la scena degli “old media”, non funziona più.

Il mito della velocità è stato soppiantato dall’ingorgo immobilizzante, dalla ricerca estenuante di parcheggio, attività poco gratificanti, mitigate dall’uso, anch’esso invasivo, degli smartphone alla guida.

In auto non ci si diverte più. E’ diventato un obbligo a cui non ci si può sottrarre. Con lo smartphone, al massimo, ci si può distrarre.

Nelle metropoli, ma anche nelle medie città, nelle ore di punta ci si muove più velocemente in bici, o anche a piedi, rispetto agli altri mezzi.

La soluzione è la mobilità sostenibile.
In molti lo sostengono… e lentamente, molto lentamente, si sta procedendo in quella direzione.

Detto questo sul tema della mobilità urbana, di cui tutti parlano, rilevo che pochi si occupano della mobilità extraurbana, quella a cui meglio si addice la definizione di Mobilità Dolce.

Il termine “dolce” è stato associato al termine “turismo” per definire il Turismo Dolce, per l’appunto, praticato da persone attente alla natura e ai luoghi, interessate alle persone e alle storie, capaci di apprezzare gli odori, i sapori e le atmosfere che si incontrano.

Ma il turista, in quanto tale, si muove, per cui, conseguentemente, è stata introdotta la categorie della Mobilità Dolce (Mobilité douce).

La mobilità dolce è anche il modo più appropriato per definire l’esperienza di molti randonneur.

Più che la lentezza è la dolcezza che caratterizza l’incedere del randonneur lungo quelle strade secondarie, dimenticate dalle auto, che, sinuose, accarezzano, colline, pianure, montagne.

Queste strade costituiscono un patrimonio culturale inestimabile del nostro paese perchè collegano luoghi ricchi di storia e di storie, di meraviglie, altrimenti irraggiungibili e destinate all’oblio.

Le nuove infrastrutture viarie, le autostrade, le ferrovie per l’alta velocità, sventrano montagne, livellano, dividono, creano barriere, il tutto per connettere alcune aree metropolitane, per ridurre uno spazio/tempo sempre più relativo.

Il viaggio del randonneur è invece tortuoso e rispettoso della varietà delle altimetrie che incontra. E’ lento rispetto a chi viaggia veloce per non perdere tempo, quel tempo che, inesorabilmente, gli si consuma dentro.

Il viaggio del randonneur è dolce come lo può essere l’emozione di un tramonto, di una notte stellata e silenziosa, di un’alba improvvisa. Lo è come dolci sono i ricordi e le immagini dei paesaggi che attraversa, dei luoghi che incontra, dei volti degli uomini e delle donne lungo il percorso, impressi nella memoria.

Il randonneur non ama le strade trafficate e neanche le piste ciclabili, quasi sempre disegnate da professionisti “riciclati” (e non ciclisti praticanti), esercitatisi precedentemente su anonime periferie urbane.

Gran parte delle piste ciclabili extraurbane sono noiose per i randonneur (ed impraticabili e pericolose per gli amatori) perchè concepite come “riserve indiane” separate non solo dal traffico veicolare, ma anche da tutto il resto.

Il randonneur non ama vincoli. Vuole essere libero. E’ libero. E’ abituato a pedalare per ore, in silenzio, da solo, anche nella notte, anche sotto la pioggia.

Per il randonneur il movimento è naturale, e il viaggio è sempre dolce.

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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