Prima di tutto cerchiamo di capire che cosa significa la parola doping. Facendo riferimento al dizionario De Agostini apprendiamo che l’origine etimologica della parola doping è incerta: “nel gergo colloquiale inglese, dope significa “droga”, da cui doping, “drogare” o “drogarsi”. Sembra che a sua volta derivi dal lemma dop, usato in Sud Africa per indicare alcune erbe cerimoniali, o dalla parola di origine olandese doop, che indicava una sostanza usata dai rapinatori per drogare le proprie vittime. Il termine viene utilizzato nel gergo sportivo per indicare l’abuso (o la somministrazione inconsapevole) di medicinali illegali o sostanze stupefacenti allo scopo di migliorare il rendimento fisico e la prestazione atletica.  Il doping è considerato un’infrazione sia dell’etica sportiva che di quella medica, e come tale è sanzionato in qualità di reato di frode”.

Appurato che esiste una qualche relazione tra “doping” e “droga”, andiamo a vedere cosa significa questa seconda parola e apprendiamo che: il termine droga sembra provenire dal Francese drogue, e indicava ogni sostanza vegetale, animale o minerale usata nelle preparazioni farmaceutiche, oppure come ingrediente culinario e cioè una spezia. In riferimento alle spezie la ritroviamo diffusa in Italia sin dagli inizi del 1500, tanto che ancora oggi facciamo uso dei termini droghiere e drogheria per indicare in qualche modo ciò che è connesso all’uso delle spezie. L’uso del termine droga per identificare una sostanza psicoattiva intossicante, stimolante o narcotica (stupefacente) ad uso ricreativo e non terapeutico, si diffonde invece molto più tardi, e giunge fino a noi.

Il dopato è quindi un drogato che utilizza sostanze dopanti o droghe, per modificare il suo stato fisico chimico e psicologico e alterare le sue capacità prestazionali a livello fisico. Indipendentemente dai vantaggi che ne potrà ricavare dopandosi, e indipendentemente dagli effetti collaterali che produrrà nel suo stato di salute, ogni atleta, nel decidere di farlo, tradisce un codice etico basato sul rispetto di regole non scritte che stabiliscono che, nelle competizioni di qualsiasi natura, è vietato barare alterando le propri capacità prestazionali cosiddette “naturali” utilizzando sostanze dopanti.

Nel 1962 l’Italia fu la prima nazione ad adottare una definizione per il doping: “assunzione di sostanze dirette ad aumentare artificiosamente le prestazioni in gara del concorrente pregiudicandone la moralità, l’integrità psichica e fisica“. Successivamente, nel 1996, il Consiglio d’Europa apportò queste modifiche: “Costituisce doping l’impiego di qualsiasi sostanza (…) da parte di individui sani al solo scopo di migliorare artificiosamente il rendimento in una competizione“.

Nel 2000, in Italia, è stata varata una legge (n. 376) che stabilisce l’attuale definizione di doping: “Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti“.

Appurato il significato di doping, si evidenzia un problema. Esiste una classificazione certa (scientifica) delle sostanze dopanti ? A partire dal 1967, dopo la morte del ciclista Tommy Simpson nella tappa del Mont Ventoux, Il Comitato Olimpico introdusse i controlli antidoping stilando una lista di sostanze vietate all’uso da parte degli atleti di qualsiasi disciplina. Questo elenco viene costantemente aggiornato poichè i progressi della ricerca in campo farmaceutico rendono obsoleti rapidamente questi elenchi in quanto vengono introdotte sempre nuove sostanze per aggirare i limiti imposti dalla legge ed eludere l’efficacia dei controlli.

La legge persegue quindi il fenomeno del doping ma è in grado di arginarlo ?

La risposta è no. Può semplicemente renderlo più difficile da praticare e contenerlo parzialmente, ma non può fare altro.

Il problema è culturale prima ancora che legale.

Il fenomeno del doping accompagna la storia dello sport dalle sue origini perchè in esso è implicito il concetto di competizione e di prestazione. Il premio è il fine di ogni gara, non importa se esso sia materiale o immateriale poichè anche il semplice riconoscimento della superiorità costituisce una motivazione sufficiente.

I fenomeni sociologici connessi e derivanti dal dilagare degli interessi commerciali introdotti in tutti gli sport sono noti a tutti, ma questo non è sufficiente a comprendere il motivo profondo che spinge un gran numero di amatori di qualsiasi disciplina a doparsi, spesso, senza esserne consapevoli.

Il doping prima di essere un fenomeno di tipo chimico è di tipo psicologico e culturale.

Ciascuno di noi è affascinato e attratto da qualsiasi forma di competizione, sia essa nei confronti degli altri che di sé stessi. La competizione per sua natura è un valore positivo. Diventa negativo quando la competizione diventa “vincere a tutti i costi”.

Quasi sempre non si conosce l’ammontare di questi costi (diretti e indiretti). Sono costi materiali perchè la chimica influenza la nostra salute e il nostro benessere e gli effetti collaterali dei farmaci, anche se questi vengono usati per scopi terapeutici, sono sempre devastanti.

Poi, dietro l’uso dilagante dei farmaci ci sono interessi enormi. Pensate solo che se non ci fossero i malati le medicine chi le comprerebbe ? L’industria dei farmaci presuppone l’esistenza dei malati. I malati hanno bisogno dei farmaci.

Ma viene prima l’uovo o la gallina ?

Non voglio demonizzare l’uso dei farmaci, di cui riconosco l’utilità, ma contesto il pensiero cosiddetto “scientifico”, dominante (allopatico), che riduce tutto a un banale meccanismo di causa effetto: a tutto c’è un rimedio (facile, efficace, veloce, come assumere un farmaco) senza indagare la vera causa, senza conoscere la complessità di ogni individuo.

Gli altri costi sono di tipo immateriale e ci riportano al concetto di “droga“. Si diventa drogati non quando si prova una droga, ma quando se ne diventa dipendenti. Appurato questo, non è necessario che la droga produca effetti misurabili su di noi, basta esserne convinti e, quindi, esserne dipendenti.

Se ci convincessimo che l’acqua produce effetti positivi (e li produce) anche l’acqua potrebbe essere considerata una sostanza dopante. E’ il meccanismo psicologico che ci rende dopati, non la sostanza che assumiamo.

Con la stessa logica la stragrande maggioranza di coloro che praticano sport agonistico, soprattutto quello amatoriale, sono dopati prima di tutto psicologicamente e solo dopo, come effetto, lo diventano nei fatti. Gli integratori, le formule magiche che vengono introdotte dagli stessi soggetti che fabbricano farmaci per migliorare le prestazioni atletiche, non sono di per sé sostanze dopanti. Lo diventano nel momento in cui lo sportivo decide di assumerle per ottenere un risultato agonistico e prestazionale.

Spesso lo fa in modo inconsapevole, ignorando ciò che fa, fidandosi del consiglio di un amico o della pubblicità martellante a cui siamo sottoposti.

Il fenomeno del doping non è quindi solo un fenomeno riscontrabile nel mondo dello sport ma, in un modo o nell’altro, coinvolge tutti .

Siamo tutti dopati. Prendiamone atto.

Ma se ne può uscire ?

Si, semplicemente acquisendo una maggiore consapevolezza di ciò che siamo e della straordinaria capacità che abbiamo  di vivere in equilibrio con la nostra natura e con le energie che si generano di conseguenza.

 

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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