Un nuovo modo di vivere una avventura in bicicletta alla scoperta di un territorio magico.

Il Brevetto che ti qualifica come “Eroe di Castelluccio” lo puoi conseguire quando vuoi tu, scegliendo il giorno per te più congeniale nel corso dell’anno. L’unico limite è costituito dalle 24 ore entro le quali devi conseguirlo, ma in realtà non è un limite vero e proprio perché, per percorrere i 143 km previsti, con 3700 m di dislivello, sono mediamente sufficienti 12 ore, comprese le soste.

Le 24 ore significano che puoi scegliere di fare tutte le soste che vuoi e anche dormire la notte, ma il percorso devi comunque completarlo in quell’arco di tempo e non puoi decidere di farlo in due o tre volte oltre le 24 ore.

L’altra caratteristica che rende questo Brevetto innovativo è che puoi scegliere dove iniziarlo e concluderlo in una qualsiasi delle 4 località che vengono toccate dal percorso.

Caratteristiche del percorso

Puoi infatti scegliere di iniziarlo da Castelluccio di Norcia o, indifferentemente da Visso, da Arquata del Tronto o da Norcia.

Da ciascuna delle tre località, poste a circa 600 m, bisogna raggiungere i circa 1500 m dei tre valichi, per poi scendere nella Piana di Castelluccio a circa 1300 m.

Il paese di Castelluccio è posto a 1420 m e bisogna raggiungerlo per tre volte così le salite da affrontare arrivano ad un totale di 9.

Non ci sono controlli e timbri da apporre ma fa fede la traccia memorizzata del percorso effettuato attraverso un dispositivo gps o una delle tante applicazioni per smartphone disponibili gratuitamente sul mercato.

Le Cronoscalate cronometrate

Quella maggiormente consigliata è STRAVA poiché ha anche la funzione di cronometrare i segmenti che si trovano lungo il percorso (purtroppo da quest’anno questa funzione specifica è a pagamento) e, quindi, ti permette di confrontare i tempi impiegati nelle 9 cronoscalate da chiunque le abbia affrontate nel corso degli anni.

Cronoscalata da Norcia (segmento STRAVA)

Cronoscalata da Visso (segmento STRAVA)

Cronoscalata da Arquata del Tronto (segmento STRAVA)

Una volta ottenuto il brevetto puoi comunque chiedere l’autorizzazione agli organizzatori di entrare a far parte del gruppo STRAVA denominato “Eroi di Castelluccio” che è riservato solo a coloro che hanno conseguito il brevetto e, quindi, il confronto delle prestazioni è più coerente.

Suggerimenti

Personalmente ho ottenuto il brevetto in una bellissima giornata di ottobre del 2020 partendo da Castelluccio di Norcia al mattino e completando la sfida la sera con il buio.

Il vantaggio di partire da Castelluccio è di poter passare per 3 volte dal parcheggio dove hai lasciato la tua auto e, eventualmente, aggiungere una mantellina o, togliersi una maglia di troppo nelle ore più calde. A Castelluccio, nonostante i segni evidenti del recente sisma, funzionano tutti i servizi con molti punti di ristoro e buonissimi prodotti tipici locali.

Il periodo scelto, ottobre, è consigliassimo per l’atmosfera magica che avvolge tutti i luoghi attraversati. Non c’è traffico e si viaggia nel silenzio, immersi nella natura. Si sta quasi sempre oltre i 1000 metri per cui al mattino e alla sera le temperature sono basse, ma, con l’abbigliamento giusto non è un problema.

Nei mesi invernali non è consigliabile tentare l’impresa per via della neve quasi sempre presente nei valichi e nel Pian Grande. A primavera inoltrata si può tentare di programmarla verificando prima le condizioni delle strade e le previsioni del tempo. In estate è bene evitare i weekend per via del traffico di auto, moto e camper.

Ci sono molti modi per disegnare un percorso e generare un file gpx. Il metodo migliore e più preciso è naturalmente quello di registrare la traccia con il proprio ciclocomputer. Il file gpx così generato conterrà anche tutte le informazioni rilevate lungo il percorso (oltre all’altimetria anche la velocità, la media ecc.). Questo file viene letto come reale da qualsiasi visualizzatore che si può trovare sul Web (Openrunner, Strava, Bikemap ecc.).

Esiste però un altro modo, più semplice, di generare file gpx ed è quello di utilizzare direttamente le funzionalità messe a disposizione a tale scopo dai programmi di visualizzazione. A differenza dei files generati realmente, questi contengono solo informazioni relative al percorso, come distanza e altimetria, ma il tempo di percorrenza viene solo stimato in base ai parametri di chi lo genera (età, altezza, peso ecc.).

A che cosa servono questi file gpx generati a tavolino ?

Principalmente a due cose:

1 – verificare un percorso prima di farlo, misurando la distanza e il dislivello altimetrico

2 – generare un file gpx da caricare sul dispositivo (ciclocomputer o App) che vi guiderà lungo il percorso

Nel primo caso l’utilità sta nel prevedere cosa ci aspetta programmando la nostra esperienza di viaggio, nel secondo caso, la traccia ci aiuta a seguire il percorso che abbiamo programmato, senza perderci.

Sicuramente questa possibilità, che ci viene offerta gratuitamente da tutte le piattaforme in commercio, è utilissima e vale la pena perderci un po’ di tempo (pochissimo) per imparare ad usarla.

Dopo averle utilizzate e studiate molte, la mia preferita è STRAVA. E’ quella più semplice, è la più affidabile, è basata su una cartografia leggibile e dettagliata. Di seguito vi spiego come utilizzarla.

Per prima cosa è necessario iscriversi (gratuitamente) e generare un proprio profilo su STRAVA..

Ora che ti sei registrato, segui questi consigli per generare la tua prima traccia gpx con STRAVA. Accedi alla tua dashboard.

Clicca in alto a sinistra e ti comparirà una tendina con “i miei percorsi”. Cliccaci sopra.

Si apre una nuova finestra “I miei percorsi”. Clicca su “Crea nuovo percorso”.

Ora, in alto a sinistra, digita la località da dove vuoi iniziare il percorso. Nel caso dell’esempio “Assisi” in Umbria. Si apre la mappa con al centro Assisi.

Clicca in alto a sinistra sulla rotella e ti si aprirà la pagina con le preferenze. Puoi scegliere se usare la mappa o la visione satellitare e il sistema di misura delle distanze.

Fatto questo devi posizionare il cursore sul punto esatto dove vuoi iniziare il percorso. Ti consiglio di ingrandire la mappa cliccando in alto a sinistra su “+” fino ad ottenere una mappa abbastanza dettagliata.

Posiziona il cursore sul punto di partenza. Apparirà un pallino verde. Posiziona nuovamente il cursore su un altro punto lungo il percorso che intendi tracciare. Si genererà una prima traccia scura. Se, procedendo, posizionerai il cursore su un punto sbagliato, puoi cancellarlo cliccando in alto a sinistra su “annulla”. Non cliccare su “cancella” perchè quel pulsante cancella tutta la traccia e dovrai ricominciare dall’inizio.

Prosegui posizionando il cursore sui punti successivi del tuo percorso. Vedrai che il programma disegnerà automaticamente la tua traccia seguendo la strada sulla mappa. Fai attenzione a inserire i punti lungo le strade che vuoi percorrere tu perchè il programma potrebbe seguire altri tracciati in base ad altri parametri diversi dai tuoi. Controlla quindi la traccia mentre si genera prima di continuare. Nel caso clicca su “annulla” per eliminare l’ultimo tratto.

Arrivato alla fine del tuo percorso, devi salvarlo cliccando su “salva” in alto a destra.

Puoi anche attivare il “dislivello” per vedere l’andamento altimetrico della tua traccia. Appena avrai cliccato su “salva” ti apparirà questa scheda con dei campi da riempire.

Devi dare un nome al tuo percorso. Puoi aggiungere una descrizione che ti potrà servire in seguito quando avrai generato molti percorsi e sarà difficile ricordarli tutti. Fatto questo clicca su “salva”.

Ora che l’hai salvato, potrai visualizzare il tuo percorso.

A questo punto puoi scaricare la traccia gpx che hai generato. Il file avrà il nome che hai assegnato al percorso. Ora potrai caricarlo sul tuo dispositivo.

Se hai un Garmin puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-una-traccia-gpx-nel-tuo-garmin/

Se hai un Bryton puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-un-file-gpx-nel-tuo-bryton/

Ora puoi utilizzare la traccia che hai caricato sul tuo dispositivo per farti guidare lungo il percorso che hai generato.

Segui questo link per capire cosa è STRAVA

Segui questo link per iscriverti usando uno dei 3 metodi previsti.

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Come sincronizzare il tuo dispositivo con STRAVA http://mybikeway.it/come-sincronizzare-un-dispositivo-gps-con-strava/

Convertire un file .FIT in un file .gpx http://mybikeway.it/convertire-un-file-fit-in-un-file-gpx/

Bryton come alternativa a Garmin ? http://mybikeway.it/bryton-come-alternativa-a-garmin/

Spesso si ha bisogno del pensiero laterale per affrontare e risolvere problemi che sembrerebbero senza soluzione.

I temi della sicurezza e della ciclabilità vengono affrontati un po’ da tutti, governo, parlamento, enti locali, comprese le organizzazioni che rappresentano i ciclisti, con la logica delle infrastrutture che ha caratterizzato il XX secolo.

Se le strade a traffico promiscuo sono insicure per i ciclisti, la soluzione apparentemente ovvia è quella di costruire le piste ciclabili (leggi anche “Le ciclabili sono la soluzione per gli automobilisti”), nuove infrastrutture destinate esclusivamente a loro (ma spesso anche ai pedoni) così da confinarli entro binari “sicuri”, togliendoli dalle strade, ed evitando così che siano di intralcio per gli altri veicoli a motore.

Se questa può essere una soluzione in ambito urbano (ma poi vedremo perché non lo è in assoluto), in ambito extraurbano è puramente teorica e difficilmente praticabile, oltre che penalizzante per i ciclisti.

Realizzare una pista ciclabile è come realizzare una nuova strada. Ha dei costi di costruzione rilevanti e necessita di procedure burocratiche (espropri e autorizzazioni) dagli esiti incerti, oltre a tempi lunghi di realizzazione.

Questo vale sia in ambito urbano che extraurbano.

L’esperienza sul campo dimostra che le ciclabili urbane, quelle ben progettate, che seguono criteri logici, non episodiche, che formano una rete percorribile in continuità, sono molto utili e frequentatissime. Ma poche città in Italia posso vantare la presenza di una rete ciclabile con queste caratteristiche. Quasi sempre troviamo solo alcuni tratti di ciclabili ben realizzate che collegano il nulla con il nulla e, chiaramente, non vengono utilizzate dai ciclisti

Quelle extraurbane, quando ben realizzate e interconnesse con punti di scambio intermodale, che attraversano i borghi e i piccoli centri urbani, immerse nella natura e provviste di servizi, sono anch’esse frequentate da numerosi ciclisti. Ma queste ciclabili si contano sulla punta delle dita perché non sono contemplate nell’immaginario dei progettisti e degli amministratori.

Così, quelle realizzate con lo stesso criterio delle autostrade, con un unico punto di accesso e di uscita, separate dal contesto, sono meno frequentate dai ciclisti e, dopo pochi anni dalla loro realizzazione, diventano impraticabili per assenza di manutenzione. Solo i tratti prossimi ai centri abitati vengono frequentati, ma non dai ciclisti. Prevalentemente runner e pedoni con cane al guinzaglio.

Nonostante le poche esperienze realizzate ci insegnino molto sull’utilità e inutilità delle piste ciclabili e ci forniscano utili indicazioni su come progettarle, il pensiero dominate si rifà a questo modello astratto basato sulla separazione virtuale dei flussi di traffico per categorie.

Lo stesso progetto delle ciclovie turistiche nazionali (leggi anche “Che fine hanno fatto i progetti delle Ciclovie…”) risente di questo approccio, nonostante sia evidente la sua impraticabilità nel contesto italiano dove, tranne in pochi tratti pianeggianti, predomina il paesaggio collinare e montuoso che rende impossibile il rispetto degli standard teorici di percorribilità e sicurezza.

La soluzione viene subordinata all’approccio ingegneristico che domina nei ministeri e negli enti locali e il risultato è che i progetti sono particolarmente complessi, le risorse economiche non sono sufficienti, i tempi di realizzazione si allungano a dismisura.

Invece di cambiare rotta, si continua ad affrontare la cosa sempre allo stesso modo con risultati deludenti e scoraggianti.

Qui entra in ballo il pensiero laterale.

Ma perché non pensiamo di utilizzare ciò che già esiste ?

Perché non pensiamo di rendere ciclabili le strade minori esistenti che costituiscono una fitta rete di collegamento tra i numerosissimi borghi e frazioni disseminati nel nostro territorio ?

Si tratta di un patrimonio enorme, di rilevante valore economico, culturale, sociale e turistico, oggi difficilmente valorizzabile perché difficilmente raggiungibile.

Le stesse strade minori sono un patrimonio di grande valore (leggi anche “Strade da Vivere”). Non sono state progettate in base ai criteri della velocità, raramente attraversano montagne con lunghe gallerie, sono integrate nel paesaggio di cui fanno parte, sono utilizzate per le produzioni agricole, servono a collegare e rendere vivibili anche le frazioni più remote.

Queste strade che accarezzano il territorio sono l’eredità plurimillenaria che ci hanno lasciato i nostri antenati.

Perché non utilizzarle ? Perché non costruire, attraverso la loro valorizzazione, un modello alternativo di sviluppo economico, sociale, culturale, basato sulla conoscenza del territorio e sulle comunità e culture che lo abitano ?

E’ più facile di quanto sembri. Si tratta di adottare dei criteri semplici di riclassificazione di questo enorme e complesso patrimonio di strade utilizzando una metodologia di analisi condivisa e praticabile.

Un esempio virtuoso: il Masterplan per la Mobilità Dolce della Provincia di Siena

La Provincia di Siena è la prima provincia italiana che si è dotata recentemente di un Masterplan per la Mobilità Dolce (Leggi l’articolo) basato su una metodologia di indagine che consente la riclassificazione delle strade esistenti secondo parametri ben definiti che, oltre a fotografare l’esistente, suggerisce quali interventi manutentivi e di qualificazione debbano essere realizzati per guadagnare nel tempo un rating che le renda più appetibili, dal punto di vista della percorribilità, fruibilità e sicurezza, ai flussi cicloturistici che si intendono attrarre nei vari territori.

Questa metodologia, validata sul campo, ha richiesto alcuni anni per essere messa a punto ma ora è disponibile per essere applicata su tutto il territorio nazionale grazie al fatto di essere stata adottata dalla Provincia di Siena e da alcuni Comuni del senese che, a livello prototipale, la stanno sperimentando per attrezzare il proprio territorio con una visione unitaria e una logica condivise.

La cosa veramente interessante e innovativa di questo approccio sta nel fatto che questa rete di percorsi cicloturistici non è vista come un organismo statico, e la classificazione dei singoli segmenti che la compongono può essere aggiornata nel tempo a seguito di interventi strutturali migliorativi o condizioni degenerative (per incuria o calamità).

La tecnologia utilizzata (una App che trasferisce i dati rilevati in tempo reale) rende più facile il compito ai gestori delle strade, agli Enti Locali che promuovono i percorsi cicloturistici e ai certificatori che stabiliscono il rating delle singole tratte in base a specifici indicatori.

Sicuramente si tratta di un primo passo utile non solo alla valorizzazione di un territorio particolarmente vocato al cicloturismo, ma di un approccio metodologico innovativo per avviare una nuova fase di valorizzazione delle risorse territoriali.

Per completare l’opera, sarà comunque necessario riuscire ad ottenere anche una riforma del Codice della Strada (Leggi anche “e se il Codice della Strada…”) in grado di recepire le esigenze del cicloturismo e della mobilità slow, introducendo delle semplici norme a tutela della fruizione condivisa delle strade da parte di tutti gli utenti (Leggi anche “Siamo uomini o caporali, ciclisti/automobilisti”).

CICLISTI UNITI PER LA VALNERINA

Appena dopo il terremoto del 2016, si è costituita a Terni una Associazione di ciclisti per raccogliere fondi da destinare a iniziative per il rilancio della Valnerina.

L’Associazione si chiama Ciclisti Uniti per la Valnerina (CUV) e in questi anni ha organizzato molte iniziative finalizzate allo scopo e, appena raggiunta una somma sufficiente, l’ha utilizzata per realizzare il progetto delle Cronoscalate della Valnerina.

La Valnerina, una valle decisamente bella e interessante per la sua natura, per la storia e la cultura di cui conserva straordinarie tracce, è il terminale orografico di valli laterali altrettanto affascinanti, che vi confluiscono e che in pochi conoscono, poiché i flussi turistici sono prevalentemente attratti dal fondo valle.

L’Assiciazione Ciclisti Uniti per la Valnerina, che è composta da ciclisti che conoscono bene questi territori, con il progetto delle Cronoscalate ha inteso valorizzarli creando le occasioni per andarli ad esplorare in bicicletta.

Sostanzialmente il progetto prevede alcune salite “epiche” per bellezza e difficoltà, segnalate con dei cartelli che indicano l’inizio e la fine del tratto cronometrato, la progressione dei km, un cartello ogni 2 km a scalare (vengono indicati i km dispari mancanti), e i traguardi intermedi.

I segmenti sono presenti su STRAVA e concorrono a definire una classifica che tiene conto di tutti coloro che affrontano le salite utilizzando l’App specifica o semplicemente trasferendo la traccia generata con un dispositivo gps su STRAVA.

Le salite possono essere affrontate singolarmente, in più occasioni, o tutte di seguito scegliendo uno dei due percorsi di 132 km e 3025 m di dislivello complessivo che partono rispettivamente da Arrone (per chi viene da Terni e da Roma) e da Sant’Anatolia di Narco (per chi viene da Spoleto e da Perugia).

TRACCIA PERCORSO TOTALE CON PARTENZA DA ARRONE

TRACCIA PERCORSO TOTALE CON PARTENZA DA SANT’ANATOLIA DI NARCO

Le salite sono tutte impegnative ma su strade poco trafficate, percorribili tutto l’anno. Tre di queste salite prevedono anche un traguardo intermedio per cui, complessivamente si possono programmare 7 differenti salite dove poter testare il proprio stato di forma e partecipare a delle sfide virtuali con tutti coloro che vorranno cimentarsi nelle cronoscalate utilizzando l’App STRAVA che è quella più utilizzata in tutto il mondo e che offre molte funzionalità interessanti come, in questo caso, le classifiche complete su specifici segmenti.

LA CRONOSCALATA N° 1 – ARRONE – POLINO/ACQUAVIVA

Si parte nei pressi del borgo di Arrone, al bivio tra la Forca di Arrone e la strada per Polino. Il primo tratto è in leggera salita fino a superare le due frazioni di Valleludra e Vallecupa. La salita vera inizia poco prima dell’abitato di Rosciano, appena superato l’acquedotto del Nera, e prosegue costante fino al borgo di Polino, dove è sistemato il traguardo intermedio. La salita prosegue sempre costante con pendenze a due cifre per altri 6 tornanti per poi arrivare alla fontana di Acquaviva dove, poco prima, è sistemato l’Arrivo.

TRACCIA DEL SEGMENTO STRAVA (ARRONEACQUAVIVA)

TRACCIA DEL SEGMENTO STRAVA (ARRONE – POLINO)

La salita è impegnativa per pendenza e lunghezza, e va affrontata con intelligenza senza forzare troppo nel primo tratto meno ripido perché poi, non lascia tregua.

CRONOSCALATA N° 2 – CESELLI – MONTE SAN VITO

Si parte nei pressi del borgo di Ceselli, prendendo a destra in direzione Monte San Vito. Dopo il ponte sul Nera si incontra una fontanella e poco dopo c’è il cartello che indica il punto di partenza della Cronoscalata. Dopo un tratto rettilineo (impegnativo) bisogna affrontare 14 tornanti prima di raggiungere il borgo di Monte San Vito.

TRACCIA SEGMENTO STRAVA (CESELLI – MONTE SAN VITO)

La salita è particolarmente impegnativa con una pendenza media del 9% e punte del 16%. Benché non sia la cronoscalata più lunga, è considerata dai ciclisti locali “la bestia nera” perché è veramente impegnativa.

CRONOSCALATA N° 3 – SANT’ANATOLIA – CASO/GAVELLI

Si parte dal piazzale sottostante il borgo di Sant’Anatolia di Narco e, superato il ponte sul Nera si affronta la salita che nel primo tratto, fino all’attraversamento dell’abitato, non si presenta molto dura. Subito dopo inizia un tratto duro con pendenze a due cifre fino ai primi 4 tornanti, superati i quali, diventa più pedalabile e, prima del traguardo intermedio di Caso, addirittura spiana per 500 metri. Dopo il borgo di Caso riprende la salita impegnativa con due coppie di tornanti prima di un tratto pedalabile a cui fa seguito l’ultimo tratto particolarmente impegnativo.

TRACCIA SEGMENTO STRAVA (SANT’ANATOLIA – CASO)

TRACCIA SEGMENTO STRAVA (SANT’ANATOLIA – GAVELLI)

Una cronoscalata che non ha nulla da invidiare alle salite alpine, con un paesaggio bellissimo e un dislivello considerevole. Salita dura per lunghezza e per le pendenze a due cifre nel primo e nell’ultimo tratto.

CRONOSCALATA N° 4 – CASTEL SAN FELICE – FORCA DI CERRO

Si parte nei pressi del borgo di Castel San Felice e si affronta subito il tratto più duro che porta al traguardo intermedio, poco prima del bivio che immette sulla strada proveniente da Piedipaterno. Si prosegue a sinistra superando l’abitato di Grotti per arrivare al valico percorrendo una salita pedalabile.

Delle quattro cronoscalate è sicuramente quella più facile da affrontare ma non è da sottovalutare il primo tratto che presenta pendenze costanti a due cifre.

TRACCIA SEGMENTO STRAVA (CASTEL SAN FELICE – INTERMEDIO)

TRACCIA SEGMENTO STRAVA (CASTEL SAN FELICE FORCA DI CERRO)

Per concludere, penso che questa iniziativa sia l’occasione per conoscere un territorio bellissimo in una modalità innovativa, interpretabile sia in modo rilassato (cicloturistico) che agonistico. Le sfide in salita sono l’anima del ciclismo e in questo modo si ha la possibilità di viverle in totale libertà e senza stress. I segmenti STRAVA sono una innovazione particolarmente interessante e hanno avuto un notevole successo planetario perché danno la possibilità a milioni di ciclisti di cimentarsi in sfide virtuali distanti nel tempo su una infinità di percorsi. Le Cronoscalate della Valnerina, oltre ai segmenti cronometrati, mettono a disposizione una segnaletica di riferimento che fa la differenza.

Purtroppo da quest’anno STRAVA rende visibili i segmenti solo agli abbonati (il costo di abbonamento annuale è di circa 60€) ma, poiché l’accesso alla piattaforma è gratuito, i dati relativi alle cronoscalate di chi non è abbonato sono comunque registrati.

Personalmente avevo già sottoscritto l’abbonamento annuale in precedenza perché ritengo STRAVA una delle poche applicazioni affidabili e utili, ma capisco che chi è abituato ad avere tutto gratis sul web sia poco disposto a pagare per avere un servizio che prima era gratuito. D’altra parte il modello di business di quasi tutte le piattaforme web sta cambiando radicalmente e io preferisco pagare per un servizio utile senza pubblicità invadente, piuttosto che essere disturbato da annunci e offerte mirabolanti di cose che non mi interessano.

Molto spesso si fanno dei lunghi giri in bici con amici e non tutti utilizzano un dispositivo gps, così come non tutti sono in grado di utilizzare il proprio dispositivo gps per seguire o per registrare la traccia del percorso.

In questo caso viene in aiuto STRAVA che consente di condividere la traccia caricata sul proprio profilo con altri amici con cui si è condiviso il giro.

In genere l’operazione di trasferimento della traccia del gps sul proprio profilo STRAVA avviene in automatico, ma conviene comunque aprire la pagina relativa alla traccia, che normalmente viene salvata con un titolo generico tipo “giro dell’ora di pranzo”, e cliccare su “aggiungi una descrizione” e dare un titolo di riferimento alla traccia che corrisponda al tour.

Fatto questo, appena sotto compare questa schermata.

Clicca su “aggiungi amici” e ti comparirà questa schermata con l’elenco degli amici. Clicca sul nome dell’amico e STRAVA invierà la tua traccia all’amico selezionato.

In alternativa, se l’amico non compare sull’elenco o non ha un profilo STRAVA, puoi copiare il link e inviarglielo via email. In questo modo il tuo amico potrà aprire la tua pagina, scaricare il file gpx e caricarlo sul suo profilo STRAVA.

Ovviamente, i dati relativi alla traccia del tuo amico, corrisponderanno ai tuoi, ma se avete fatto il giro in bici insieme…

Sulle varie piattaforme oggi disponibili, sia gratuite che a pagamento, ci sono migliaia di tracce gpx che possono essere scaricate e inserite nel proprio dispositivo ed essere navigate.

C’è però il problema che quando si registra o si crea una traccia ci sono sempre un inizio e una fine del percorso, che vengono stabiliti da chi realizza la traccia.

Se vogliamo utilizzare questa traccia senza problemi, dobbiamo iniziare il nostro viaggio dal suo punto di partenza e poi seguire le indicazioni fino alla sua conclusione.

Se, invece, vogliamo partire da un punto qualsiasi del percorso, possiamo farlo, ma dobbiamo osservare delle semplici accortezze.

Per prima cosa, una volta caricata la traccia sul dispositivo, è necessario individuarla e avviare la navigazione.

La traccia ci porterà fino alla conclusione del percorso ma, per ritornare al nostro punto di partenza, dobbiamo ricaricare la traccia e ricominciare nuovamente il percorso per arrivare al punto da dove siamo partiti. In questo caso il nostro dispositivo continuerà a seguire la traccia indicandoci il punto di arrivo finale, ma la traccia ci condurrà comunque nel punto dove, precedentemente, abbiamo iniziato il nostro percorso.

Tutto questo funziona bene per i percorsi circolari con il punto di partenza e arrivo coincidenti. Per i percorsi lineari il metodo è lo stesso ma, una volta arrivati a destinazione non potremo riavviare la traccia perché ci troveremo molto distanti dal punto di partenza.

Fare questo è molto semplice se vogliamo solo navigare la traccia. Se, invece, vogliamo anche registrare il nostro percorso per memorizzare i dati della nostra prestazione, dopo aver avviato la navigazione dobbiamo anche avviare la registrazione.

In questo caso, però, non potremo avere un’unica traccia registrata perché alla fine del percorso navigato dovremo memorizzare la prima traccia e, dopo aver avviato nuovamente la navigazione, iniziare a registrare una nuova traccia che si concluderà al nostro punto di partenza.

Alla fine avremo due tracce ma, con un po’ di pazienza, se serve, è possibile unire le due tracce in una unica, utilizzando dei programmi appositi.

Questo il link ad un sito on-line che vi consente di realizzare una unico file .gpx partendo da due files .gpx da voi generati. La procedura è semplice: il link ti porta ad una pagina di gpsvisualizer.com dove ti apparirà questa schermata.

Carica il tuo primo file .gpx che hai generato e poi il secondo file .gpx. Seleziona in alto il formato del nuovo file (GPX). Clicca in basso su advanced options e, sulla scheda che si apre, seleziona yes sia su Connect segments che su merge all tracks. Poi clicca su Convert. Ti apparirà questo messaggio:

Clicca sul link e verrà scaricato sul tuo pc il nuovo file .gpx che sarà la traccia unificata delle due tracce precedenti. Rinomina il file generato. Ora potrai visualizzare il nuovo file su qualsiasi piattaforma online, oppure caricarlo sul tuo dispositivo e navigare la traccia.

Organizzata da Equilibrio Urbano Cyclestore di Milano, lo scorso 1° maggio ho partecipato, come relatore, ad una conferenza virtuale sul tema del futuro delle randonnée e del cicloturismo.

E’ stata l’occasione per presentare alcuni progetti a cui ho lavorato negli ultimi mesi che, oltre a fornire indicazioni concrete sugli scenari futuri del cicloturismo, possono essere una risposta alle problematiche specifiche innescate dal coronavirus che limiteranno e renderanno obsolete, e non più praticabili, molte forme di turismo tradizionale, offrendo, nel contempo, altre opportunità per chi saprà coglierle.

Ho avuto modo presentare il progetto di Castelluccio degli Eroi e dell’Umbria del Grand Tour che introducono innovazioni importanti nel mondo delle randonnée e del cicloturismo, mettendo a frutto ciò che oggi le nuove tecnologie offrono ai cicloturisti, rendendoli più liberi di organizzare le loro avventure in modalità meno rigide e più interessanti.

Una parte della presentazione è dedicata anche al nuovo portale YOU BIKE WAY finalizzato alla valorizzazione dei percorsi cicloturistici italiani. Una risorsa destinata a chi vuole orientarsi nel variegato mondo dell’offerta cicloturistica, potendosi affidare ai consigli e alle proposte dei Bike Bloggers, cicloturisti esperti in grado di presentare, documentare e descrivere le loro esperienze di viaggio.

Seguono le risposte ad alcune domande fatte dai partecipanti una delle quali si riferisce al progetto delle CRONOSCALATE DELLA VALNERINA realizzato dall’Associazione Ciclisti Uniti per la Valnerina che è nata per raccogliere fondi e promuovere la rinascita del territorio interessato dal sisma del 2016.

L’evento è stato realizzato con contributi esplicativi e numerosi esempi che rendono più gradevole ed efficace la visione del video.

La diretta è stata registrata e può essere vista da chiunque cliccando sul link al canale Youtube di Equilibrio Urbano (che trovate sotto).

VIDEO CONFERENZA

Sito CASTELLUCCIO DEGLI EROI

Sito UMBRIA DEL GRAND TOUR

Sito YOU BIKE WAY

Sito CICLISTI UNITI PER LA VALNERINA

Al tempo del coronavirus e della clausura forzata abbiamo avuto modo di sperimentare alcune piattaforme di Virtual Reality come Zwift o di Realtà Aumentata come Rouvy che, oltre alle classiche sedute di allenamento indoor, offrono possibilità di organizzare eventi a cui possono partecipare contemporaneamente migliaia di ciclisti virtuali, sparsi in tutti i continenti.

Tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 2020 le offerte si sono moltiplicate in entrambe le piattaforme (che si stanno disputando il mercato dei rulli e delle applicazioni che è letteralmente esploso).

Prima di esaminare le esperienze testate sul campo (virtuale), c’è da dire che la differenza tra il pedalare all’aperto in bicicletta o stando fermi sui rulli è sostanziale e non consente comparazione. Sono due cose diverse e, pur prediligendo la prima, non posso non apprezzare anche la seconda, con i suoi limiti, ma anche con le sue peculiarità.

Ne parlo a ragion veduta perchè ho partecipato ai 5 eventi Virtuali organizzati da ENDU, la piattaforma italiana che si propone come aggregatore di eventi sportivi, di organizzatori e di atleti di sport di endurance.

Nella sostanza sono state proposte 4 GF classiche che richiamano ogni anno migliaia di ciclisti, nella versione “Realtà Aumentata” utilizzando la piattaforma Rouvy.

Le 4 Gf erano: la Virtual GF internazionale Gavia e Mortirolo (il 26 aprile), la Virtual GF Marcialonga Craft (il 1° maggio), La Virtual Gf Dolomiti Race (il 3 maggio) e la Virtual Gf La Fausto Coppi Officine Mattio (il 9 maggio). Le 4 Gf sono state precedute da un prologo disputato il 25 aprile sulle strade del grossetano con arrivo a Castiglione della Pescaia.

Si è trattato di 4 competizioni con una classifica finale a cui hanno potuto partecipare solo ciclisti dotati di rulli interattivi in grado di simulare anche le pendenze dei vari percorsi.

Non erano previsti premi ma solo attestati di partecipazione anche perchè, nonostante le tecnologie siano abbastanza allineate sul piano delle caratteristiche funzionali, i vari rulli utilizzati possono avere comportamenti diversi in base ai parametri assegnati in fase di settaggio e, questo, non consente ancora una comparazione ufficiale dei dati prodotti dai vari dispositivi e delle prestazioni effettive dei partecipanti.

Comunque sia, nessuno dei partecipanti alle 4 GF ha posto il problema poichè si è trattato di un esperimento e nessuno ha vissuto le 4 prove + il prologo come una gara vera e propria.

Nessuno ? Non proprio nessuno, in quanto la maggior parte dei partecipanti, appena dato il via ufficiale alle 9 di mattina, è andato subito “a tutta” costringendo i big del ciclismo presenti a dare anche loro il massimo, senza riuscire a raggiungere neanche il podio virtuale. Questo il caso di Damiano Cunego e Alessandro Ballan che si sono dovuti accontentare delle posizioni di rincalzo (non senza delusione).

Infatti, benchè virtuale, non si può dire che l’evento non sia stato vissuto come una opportunità per mettersi alla prova confrontandosi con altri 300 partecipanti (questa la media dei partenti in ciascuna prova nonostante un numero di iscritti paganti superiore ai 400).

ENDU infatti, ha voluto testare questi eventi virtuali rivolgendosi al mondo dei granfondisti che, dopo due mesi di quarantena, scalpitavano per poter rivivere anche se solo virtualmente, l’emozione della griglia e della sfida, affrontando anche solo dai 20 ai 30 km dei percorsi delle GF reali, ma quelli più impegnativi con le salite del Gavia, del San Pellegrino, della Croce d’Aune, e del Colle della Fauniera.

L’organizzazione della prima edizione dell’ENDU VIRTUAL GRANFONDO SPRING è stata possibile grazie alla collaborazione degli organizzatori dei 4 eventi reali (alcuni dei quali hanno anche pedalato nel gruppo), utilizzando la piattaforma ROUVY che consente questo tipo di eventi che prevedono una partenza e un arrivo su percorsi che sono basati su dei filmati che scorrono in base alla velocità del ciclista, comunicata dai rulli interattivi, e sui quali sono sovrapposti gli “avatar” dei ciclisti presenti, identificati con il nome.

Sullo schermo del pc o dell’iPad compare quindi l’immagine reale dei luoghi che scorre alla tua velocità e, in base a questa, puoi superare o essere superato da avversari. La classifica con i nomi dei ciclisti più prossimi la trovi sulla sinistra mentre in basso, lungo il profilo altimetrico vedi il tuo pallino scorrere in mezzo agli altri con l’indicazione dei km percorsi e di quelli da percorrere. In alto a sinistra vengono riportati i tuoi dati relativi alla potenza, ai battiti cardiaci, alla velocità e alla frequenza di pedalata. Sotto di essi la pendenza che stai affrontando.

Contemporaneamente, sullo smartphone puoi collegarti alla diretta fb dove commentatori professionali sono collegati con alcuni VIP che partecipano alla pedalata e commentano l’evento virtuale come se fosse reale. Una diretta che dura circa 2 ore durante le quali ti tengono compagnia e ti fanno sentire protagonista di un evento collettivo.

Per essere stata la prima edizione i numeri degli iscritti e dei partecipanti è stato notevole e inaspettato tenendo conto che potevano partecipare solo coloro in possesso di rulli interattivi che, ad oggi, sono veramente una piccola minoranza rispetto ai rulli tradizionali.

Il costo dell’abbonamento alle 4 GF era di 15€ e dava diritto ad un mese di abbonamento alla piattaforma ROUVY (che dopo i primi 15 gg di prova gratuiti, quando ti iscrivi, costa 12€ al mese) + un pacco gara virtuale costituito da codici sconto per l’acquisto dei prodotti degli sponsor di ciascuna GF. A questo c’è da aggiungere un ottimo servizio da parte di ENDU che ha fornito i pdf personalizzati con i numeri di gara, i diplomi e tutti i servizi tipici della piattaforma, come se fossero eventi reali.

ROVY è stata all’altezza dell’evento, ha sempre funzionato bene, non ha avuto problemi a gestire in diretta i partecipanti e la sensazione di realtà Aumentata è stata notevole e molto stimolante.

Credo quindi che si sia trattato di un esperimento ben organizzato e riuscito che ha dimostrato che la tecnologia può offrire delle soluzioni interessanti anche in uno sport come il Ciclismo dove il solo addestramento e allenamento indoor risulta noioso e frustrante, se non accompagnato da qualche forma di sano agonismo.

Ed è quella dell’agonismo una possibile molla per spingere anche i ciclisti più tradizionali e riottosi a dotarsi di rulli interattivi per poter affrontare sfide virtuali, nel dopo coronavirus, confrontandosi con amici vicini e lontani e con una comunità di milioni di persone distribuite nel pianeta.

Quindi Virtual GF per ritrovarsi insieme anche più volte nel corso dell’anno e condividere una sfida su percorsi mitici (anche a tappe), ma anche cronoscalate e mille altre iniziative che possono essere vissute in inverno e nelle giornate piovose.

Non sostituiscono l’evento reale, non sono una alternativa alle pedalate all’aria aperta ma sono sicuramente una occasione per divertirsi facendo movimento lontano dalla tv e dagli altri social (avvelenati dall’odio, dalla superficialità e dalla stupidità dilaganti).

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In questi ultimi due mesi di marzo e aprile 2020 c’è stato un vero e proprio boom nell’uso dei rulli per gli allenamenti indoor. Questo non per volontà e libera scelta ma poichè non c’erano alternative possibili.

Molti ciclisti hanno rispolverato i vecchi rulli relegati in cantina e hanno iniziato a pedalare e a sudare fino alla noia per non perdere la condizione sperando che ‘a nuttata fosse breve…

Non lo è stata e non si intravede rapidamente un ritorno alla normalità, semmai un giorno sarà possibile ritornarci.

Chi ha avuto come me la fortuna e l’intuizione di acquistare dei rulli interattivi (smart) di nuova generazione prima che l’eccesso di domanda esaurisse le scorte in tutto il mondo, ha invece avuto modo di scoprire un nuovo mondo interessante e in rapida crescita.

I nuovi rulli interattivi sono solo lo strumento hardware, indispensabile per poter vivere questa nuova esperienza, ma la novità sta invece nello sviluppo dei software di simulazione che sono letteralmente dilagati in questo periodo, conquistando sempre di più nuovi estimatori ed utilizzatori.

Ho avuto modo e, probabilmente, avrò ancora per molto tempo modo di sperimentare questa nuova tecnologia che è sicuramente una parente alla lontana del ciclismo classico, che tutti noi conosciamo, ma che presenta molti aspetti interessanti che vale la pena analizzare prima di esprimere un giudizio liquidatorio, come ho sentito fare in questi giorni da chi non ha avuto la possibilità di sperimentarla e si appella ad antichi pregiudizi.

Premetto che andare in bicicletta nella realtà è cosa assolutamente diversa che vivere un’esperienza interattiva di realtà aumentata sui rulli, ma ciò non toglie a quest’ultima un proprio fascino e un suo perchè.

I RULLI

Possiamo suddividere i rulli in tre categorie: i rulli veri e propri (Roller) su cui posizionare direttamente la bicicletta senza nessun fissaggio, il rullo su cui fissare la ruota posteriore della bici (Wheel on) e il rullo a trasmissione diretta (Direct Drive).

I Rollers sono i più semplici e i più antichi, utilizzati dai professionisti per il riscaldamento e il defaticamento, sono quelli che forniscono la migliore sensazione della pedalata perchè la bici si comporta come su strada. Per questo, è però necessario essere sempre concentrati per rimanere in equilibrio e non fare manovre pericolose che potrebbero farti uscire dai rulli e cadere.

I Wheel on sono i più diffusi ed economici. Sono facilmente utilizzabili poichè la bici viene agganciata al supporto utilizzando il perno della ruota posteriore che è in contatto con il rullo. Sono stabili ma hanno il difetto di essere rumorosi e di consumare il copertone a contatto con il rullo. Nei modelli più recenti il rullo in acciaio è stato sostituito con uno in elastogel più silenzioso e più performante.

I Direct Drive sono i rulli più evoluti ma anche i più costosi. In questo caso la ruota posteriore viene tolta e la trasmissione viene collegata al rullo direttamente utilizzando un pacco pignoni connesso all’ingranaggio. Sono i veri rulli interattivi con i quali è possibile interagire con i software delle varie piattaforme e simulare dalle pendenze, al fondo stradale, all’inclinazione del percorso.

Queste due ultime tipologie di rulli hanno entrambe la possibilità di simulare le pendenze aumentando la resistenza del rullo attraverso un freno a resistenza magnetica (il più diffuso e meno costoso), idraulica attraverso un liquido in cui è immerso il volano ed elettro-magnetico che garantisce una maggiore precisione e fluidità di pedalata ma che ha bisogno di essere collegato ad una presa elettrica.

Recentemente anche alcuni Rollers della Elite sono stati dotati di una resistenza elettro-magnetica gestita dal software della piattaforma utilizzata per le sessioni di realtà virtuale.

Escludendo i modelli base, tutte e tre le tipologie possono essere utilizzate in modo interattivo purchè siano dotate di sensori in grado di misurare le rispettive performances in termini di velocità, potenza e frequenza di pedalata. Ovviamente i più evoluti dal punto di vista dell’interattività sono i Direct Drive e se si ha intenzione di utilizzarli in ambienti immersivi di realtà virtuale o realtà aumentata, è bene acquistare subito uno di questi modelli, magari acquistando un entry level che comunque non costa meno di 500 €.

Personalmente uso un Tacx Flux S Smart e sono soddisfattissimo, ma la scelta è stata determinata anche dalla sua disponibilità in questo periodo di difficile reperimento di rulli interattivi. In alternativa ci sono i modelli della Elite, anch’essi affidabili e performanti. La Tacx (azienda olandese acquistata recentemente dall’americana Garmin) e la Elite (azienda italiana, leader nel settore) sono quelle che si dividono la fetta più consistente del mercato in Europa. A seguire, con lo stesso livello di performance e di affidabilità nell’interattività, ci sono la Wahoo e la Saris.

LE PIATTAFORME VIRTUALI

Fatta la scelta del rullo si può passare all’esame delle piattaforme che consentono un’esperienza immersiva con i rulli. Sono tutte piattaforme a pagamento ma hanno il pregio di poter fare anche abbonamenti mensili e non solo annuali. In genere quasi tutte offrono un periodo di prova gratuito per poterle testare. Alcuni abbonamenti sono gratuiti in quanto compresi nell’acquisto del rullo interattivo.

Esistono piattaforme che offrono alcuni servizi gratuiti come RGTCycling ma il meglio dell’esperienza immersiva è sempre a pagamento e quindi, conviene conoscere le attuali offerte per poi fare la scelta giusta in modo consapevole.

Zwift

La piattaforma che al momento è la pià frequentata è Zwift. Si tratta di un sistema di realtà virtuale che propone numerosi percorsi “disegnati”, alcuni completamente inventati e altri che ripropongono situazioni reali. Gli ambienti son molto dettagliati e il livello di immersività è buono (puoi anche scegliere la qualità dei dettagli in base alla larghezza di banda disponibile). Il suo punto di forza è l’interattività. Si tratta infatti di un divertente videogioco associato ad una piattaforma social che ti permette di interagire con i tuoi amici e condividere l’esperienza della pedalata.

Con Zwift puoi organizzare delle uscite di gruppo invitando i tuoi amici in uno dei tanti percorsi disponibili. Puoi stabilire un orario per l’appuntamento e ritrovarti con loro nel punto di partenza. L’esperienza è divertente e stimolante. Necessita di un minimo di preparazione e confidenza con l’applicazione e con i social, ma si impara presto e si può pedalare insieme e condividere le sensazioni (e anche giocare un po’ sfidandosi sulle salite…)

Rouvy

L’altra applicazione che va per la maggiore è Rouvy, è stata realizzata nella Repubblica Ceca e propone una quantità enorme di percorsi che possono essere vissuti in “realtà aumentata”. La visione è realistica perchè le riprese sono reali e sono sincronizzate con il rullo di chi partecipa, così che il video scorre alla velocità con la quale procedi. In più, lungo il percorso puoi incontrare gli avatar (disegnati ma realistici) degli altri ciclisti presenti lungo il percorso. Si tratta di un’esperienza immersiva di grande impatto perchè sembra proprio di “esserci”.

Anche con questa applicazione puoi darti appuntamento con i tuoi amici su uno dei tanti percorsi e condividere la pedalata attraversando territori conosciuti o da esplorare.

Questo è il valore aggiunto di questa piattaforma che ti consente di viaggiare con le gambe, con gli occhi e con la mente e affrontare percorsi che sarebbe difficile raggiungere.

Recentemente ho partecipato alla prima Granfondo virtuale sul percorso “Bormio – Gavia” di 24 km e 1400 m di dislivello, organizzata da ENDU e dagli organizzatori della GF Damiano Cunego.

Conoscevo questa salita ma è stato un piacere vivere l’esperienza virtuale insieme ad altri 400 ciclisti reali con i quali ho condiviso il percorso e l’atmosfera, arricchita e impreziosita dalla diretta su fb con la presenza di commentatori e collegamenti con i protagonisti.

Insomma: non vedo l’ora di riprendere a pedalare nella realtà… ma, avendo conosciuto questa nuova modalità, non mi dispiace pensare di poter continuare a viaggiare anche nelle giornate di pioggia utilizzando queste nuove tecnologie di cui mi sono dotato e che mi offrono non una alternativa ma una nuova opportunità.

PER SAPERNE DI PIU’

Vai al sito TACX

Vai al sito ELITE

Guarda il video su come scegliere i rulli interattivi Tacx

Guarda il video sulla scelta dei rulli di varie marche

Leggi articolo sulle varie piattaforme di realtà virtuale per i rulli

Vai al sito ROUVY

Vai al sito SWIFT

All’inizio di questo 2020 ho scritto, senza pubblicarlo, questo articolo per il blog in cui parlo di ciò che informa il mio lavoro e, prima ancora, la mia vita. Lo pubblico oggi perchè, con ciò che stiamo vivendo, le considerazioni in esso contenute sono più che mai attuali.

Come più volte affermato in questo blog, ritengo fondamentale mantenere una visione d’insieme dell’individuo, della salute, conoscere prima di ogni altra cosa come funziona il nostro organismo, non soltanto sotto l’aspetto fisico, ma anche e soprattutto psichico, emotivo, energetico, spirituale.

Credo anche che sia essenziale porsi delle domande rispetto a chi siamo veramente e quale sia lo scopo di questa nostra vita, acquisire una consapevolezza che corrisponda ad un ascolto attivo, continuo, di noi stessi e della natura di cui siamo parte, prestando attenzione a tutto ciò che ci circonda e, in fine, sviluppare il senso di responsabilità. 

Tutto ciò mantenendo un atteggiamento di meraviglia, entusiasmo, gratitudine di fronte al continuo spettacolare miracolo che è la vita. 

Lo avevo lasciato in bozza, dando la precedenza ad altre priorità.

Rileggendolo ora ci colgo un qualcosa di profetico, soprattutto quando parlo della questione del “tempo”.

Un tempo che il coronavirus ha magicamente generato

No, soltanto “svelato“. 

Quel tempo è sempre stato lì, presente e disponibile, ma che noi non percepivamo, travolti dalla frenesia della vita che ci siamo creati, scambiandola e vivendola come fosse la “vera” vita. 

Questo meccanismo lo attiviamo passivamente e automaticamente per tanti altri aspetti della nostra vita, rischiando di farcela sfuggire di mano. 

Ecco che il coronavirus ci offre questa straordinaria occasione: renderci più lucidi, capire cosa c’è che non andava in quella che chiamavamo normalità, capire chi siamo, dove stiamo andando, fermarci ad ascoltare in silenzio, ristabilire la scala delle priorità, capire quali cambiamenti apportare per esprimere la nostra autentica essenza e vivere la vita con pienezza, onorandola ogni singolo momento, con gratitudine. 

Non mi corrisponde, di questo nostro sistema che si occupa di salute, la mancanza pressoché totale di “ascolto” globale nei confronti dei pazienti.

Per globale intendo non soltanto l’ascolto relativo all’aspetto che riguarda la manifestazione del sintomo, quindi l’attenzione all’organo correlato, alla malattia, secondo quella che chiamiamo visione meccanicistica, ma l’attenzione, quindi l’ascolto, che dovrebbe essere piuttosto della persona nella sua interezza, secondo quella che è la visione olistica, soprattutto  la valutazione dell’aspetto psicologico, che ci permette  di resistere rispetto ai fattori esterni (resilienza). 

Manca totalmente questo tipo di approccio, primo perché manca proprio la cultura che  prevede una visione d’insieme dell’individuo (olistica appunto), inteso come microcosmo, inserito ed interagente con un macrocosmo, secondo perché un simile approccio richiede del “tempo” da dedicare.

Troppo “tempo“.

Certamente più “tempo” rispetto alla semplice e veloce prescrizione (o dispensazione!!) di qualche rimedio, conseguente ad un’interazione con il paziente (paziente/cliente…) di qualche minuto, superficiale, distratta e ansiogena.

Occupandomi di salute, essenzialmente nella delicata e decisiva fase della prevenzione, dopo tanti anni di studi, ricerca, esperienza clinica, trovo più rispettoso ed efficace e anche spontaneo, dopo aver favorito un atteggiamento il più possibile rilassato, pacificando la mente predisponendola all’ascolto, favorire l’auto-ascolto dell ‘individuo, guidandolo, anche nell’aspetto dell’informazione consapevole, facendogli ri-scoprire come funziona il suo sistema mente/corpo, i segnali che gli invia quando sta allontanandosi da quell’equilibrio che corrisponde alla salute, rendendolo così in grado di modificare ” la rotta” e ripristinare quell’equilibrio stesso.

Tutto questo l’ho esplicitato nel “trattamento depurativo integrato“,  che ho ideato, e che rappresenta la sintesi di questo modo di intendere l’individuo e la salute.

La salute intesa, però, come definita già dall’OMS: stato (o meglio processo) di completo benessere fisico, psichico e sociale, non soltanto assenza di malattia. 

La salute intesa come stato d’animo, oltre che stato biologico, in cui l’individuo si sente in grado di realizzare i propri progetti nella vita con un senso di libertà, amore e felicità.

È con questo approccio che si diventa capaci di attingere a quell’intelligenza innata che favorisce i processi di guarigione e di rigenerazione. 

Un approccio che richiede certamente più “tempo” da dedicare.

Come possiamo intervenire sul processo dinamico della salute, se non sappiamo come funziona il nostro meraviglioso unico e irripetibile organismo in ogni suo aspetto di essere multidimensionale (non di semplice macchina biologica) ? 

Dobbiamo prendere coscienza del fatto che ogni minima interazione del nostro sistema mente/corpo, a partire dal cibo che ingeriamo, ma anche e soprattutto come lo ingeriamo, dalla modalità con cui sappiamo affrontare ciò che viene definito come stress, da come gestiamo le nostre emozioni, da come prendiamo conspevolezza del ritmo e della profondità della respirazione, della qualità del sonno, ecc, tutto questo provoca una risposta fisiologica in grado di modificare macroscopicamente la nostra salute.

Soltanto con la conoscenza di tutto questo, che non corrisponde alla semplice acquisizione passiva e sterile di nozioni, con consapevolezza e senso di responsabilità, possiamo acquisire quella capacità di innescare il cambiamento autentico che, passo dopo passo, conduce nella direzione di un percorso di vera guarigione.

Quello che si scopre, alla fine, è che quel “tempo”, che inizialmente sembrava mancare, lo si ritrova totalmente guadagnato. 

Perché non c’è niente di più importante e sacro del tempo dedicato a capire come funziona e in che modo possiamo mantenere in equilibrio quello straordinario sistema integrato corpo, psiche, anima, emozioni che noi siamo, onorando in questo modo il miracolo che è la vita.

La chiave di volta, a mio avviso, è data dalla ri-acquisizione della  capacità di prestare “attenzione” costantemente a ciò che accade, prima di tutto, dentro di noi, avvalendoci anche delle pratiche meditative, che favoriscono la connessione con la nostra essenza più profonda.

Spegnere il rumore esterno per mettersi all’ascolto dell’universo che è dentro di noi. 

Prendiamo coscienza del fatto che il nostro organismo rappresenta una rete psicosomatica, dove, se il flusso di informazioni e di molteplici circuiti di feedback è regolare, armonico, non ostacolato dai nostri comportamenti non consapevoli e poco responsabili, garantisce un continuo equilibrio (omeostasi) che corrisponde alla salute. 

Questa è la forza, la capacità innata del nostro complesso mente/corpo, che dobbiamo soltanto riscoprire.

Le “prove” possiamo sperimentarle proprio su di noi, trasferendole poi per osmosi e facendo da modello a chi sta intorno a noi, osservando che non soltanto la nostra salute psichica, fisica, mentale è migliorata, ma anche le nostre relazioni, la nostra vita intera, in ogni suo aspetto. 

La medicina come la conosciamo noi, sta dimostrando di non essere più all’altezza e in grado di risolvere i problemi che si stanno presentando. 

Deve trasformarsi e abbandonare l’approccio limitato, frammentario, meccanicistico, diventando integrata, umanizzata, personalizzata, olistica e quantistica, sì perché non possiamo continuare a negare la nostra natura energetica e che, quindi, la malattia e la salute sono frutto dello stato energetico, come peraltro le antiche medicine orientali sanno da millenni. 

L’aspetto della prevenzione deve essere prioritario, l’ascolto, l’accoglienza, la valutazione dell’aspetto psicologico, il ruolo delle emozioni, dell’alimentazione, della respirazione corretta, del movimento fisico, la possibilità di “cucire” una terapia su misura per quel soggetto, attingendo prioritariamente ai rimedi naturali, quindi rivalutando la medicina cosiddetta non convenzionale, considerata una parte sottostimata delle cure mediche: medicine tradizionali, cinese, ayurvedico, agopuntura, come pure gli approcci a mediazione corporea: fitoterapia, omeopatia, Aromaterapia o quelli a mediazione energetica. 

Forse è questo il momento giusto per avviare il cambio di paradigma, ri- considerare l’essere umano, come dimostrano le ricerche degli ultimi decenni, non solo come sede di processi biochimici e molecolari, ma prima di tutto di fenomeni energetici, biofisici, vibrazionali. 

La “coscienza” appare essere sempre di più il fattore unificante sotteso a biologia, biochimica, biofisica e piano animico. Una coscienza in grado di orchestrare qualcosa che la mente razionale non può concepire

Ecco che allora  può avvenire il passaggio verso una medicina in grado di considerare tutti questi aspetti, dove, alla fine, la guarigione assume il significato di allineamento con quella coscienza intelligente, senza tempo e senza spazio, come peraltro tramandato dall’antica sapienza millenaria vedica e di altre antiche filosofie e che la meccanica quantistica sta confermando.

Consapevoli del fatto che la guarigione scaturisce sempre da un livello di organizzazione più alto e qualsiasi terapeuta o rimedio o tecnica non assume altro che il ruolo di “facilitatore” . 

Medicus curat, natura sanat. 

Non è un’utopia, i segnali ci sono, per chi sa coglierli, e questo è il TEMPO.

Un articolo di Anna Donati, portavoce dell’Alleanza Mobilità Dolce (AMODO)

Uno studio SIMA illustra l’ipotesi, basata sui dati della Pianura Padana, che più alto è l’inquinamento atmosferico più larga è la diffusione del coronavirus.

Ognuno di noi responsabilmente deve rispettare le regole e contribuire a fermare il contagio. Adesso la priorità è salvare le persone contagiate in grave difficoltà respiratoria e tutelare i lavoratori del sistema sanitario e dei servizi essenziali, a cui va il nostro pensiero colmo di gratitudine.

Molti esperti si interrogano sul fenomeno, sulle cause scatenanti, emergono studi che parlano di pandemia annunciata, di come la globalizzazione ed il trasporto veloce di lunga distanza abbiano accelerato il contagio globale, facendoci trovare completamente impreparati.

E’ una dura lezione per tutti/e che costringe ad aggiornare l’agenda, rivalutare il ruolo della sanità pubblica, ripensare alle politiche di prevenzione per l’ambiente e la salute. Dove molte cose sul contagio coronavirus sono ancora da studiare, comprendere e mettere in correlazione per darci indicazioni motivate e rigorose sulle politiche per il futuro.
Un Position Paper pubblicato in questi giorni dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA)  redatto in collaborazione alle Università di Bari e di Bologna,  ha esaminato i dati sulle emissioni di PM10 e PM2,5 delle Agenzie Regionali per la protezione ambientale, incrociandoli con i casi di contagio riportati dalla Protezione Civile.

Lo Studio parte dal richiamare diverse ricerche scientifiche che descrivono il ruolo del particolato atmosferico come “carrier”, cioè come vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Questa è una teoria generale piuttosto consolidata per chi studia i problemi di emissioni inquinanti e qualità dell’aria.

Il PM10 e PM2,5 come autostrade per il coronavirus?

Sulla base di questi studi pregressi i ricercatori italianai hanno esaminato i dati delle centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale, registrando il numero di episodi di superamento dei limiti di legge del PM10 (50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) nelle province italiane. Parallelamente, sono stati analizzati i casi di contagio da COVID-19 esposti della Protezione Civile.

Dall’analisi è emersa una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo, considerando quindi il tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta dalle persone.

Ma sono gli stessi ricercatori per voce di Alessandro Miani, presidente della SIMA a sottolineare che “in attesa del consolidarsi di evidenze a favore di questa ipotesi presentata nel nostro Position Paper, in ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o ‘marker’ indiretto della virulenza dell’epidemia da Covid-19”.

Il Position Paper chiude richiedendo alle istituzioni pubbliche misure restrittive per il contenimento dell’inquinamento, come azione di prevenzione a tutela della salute e dell’ambiente in cui viviamo.

Sembra evidente che questa ipotesi di correlazione andrà approfondita ed estesa sulla base di dati ed indagini di lungo periodo, insieme a molte altre ricerche che andranno svolte su quanto sta accadendo a livello mondiale e locale con la pandemia da coronavirus, per fornire motivazioni e soluzioni alla crisi che stiamo vivendo.

Di certo sappiamo che l’inquinamento dell’aria provoca numerosi morti premature in Europa, molto spesso nell’indifferenza generale, in particolare della comunicazione e delle istituzioni. Secondo il Rapporto sulla qualità dell’aria 2019 dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, lo smog ha causato circa 412.000 decessi prematuri di persone in Europa nel 2017 e per l’Italia sono state 76.200 morti premature. Il nostro paese ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto NO2 con 14.600 persone, Ozono O3 con 3.000 morti premature e per il PM2,5 è seconda con 58.600 morti premature.

Il traffico veicolare di merci e passeggeri ha un ruolo fondamentale come ci dicono gli studi di ISPRA sull’inquinamento atmosferico nel nostro paese, ed in certi territori come la Pianura Padana a causa delle condizioni meteo e della morfologia, hanno una maggior stagnazione per la mancanza di ventilazione e rimescolamento dell’aria.

Puntare su mobilità sostenibile, dolce ed attiva

E’ necessario dunque cambiare l’attuale modello di trasporti e puntare sulla mobilità sostenibile e mobilità dolce. Che non significa “stare fermi” ma muoversi con mezzi a basso o zero impatto, eliminando gli spostamenti inutili e dando la preferenza a soluzioni smart. Camminare, usare la bicicletta e la sharing mobility, utilizzare il treno, un autobus, scooters, auto e micromobilità elettrica, usare un veicolo commerciale elettrico per la consegna delle merci, affollare strade, piazze e spazi pubblici, è la nostra visione per la città ed i territori del futuro.

Anche smart working e servizi digitali sono un contributo concreto a ridurre gli spostamenti inutili e facilitare la vita delle persone e delle imprese. Ma questo implica che le connessioni siano estese in modo efficace a borghi, paesi, vallate ed appennini, dove invece esiste il digital divide, con la rete scarsa e lenta. Perché altrimenti aumenteranno le diseguaglianze, lo spopolamento e si ridurranno le opportunità di restanza sui territori.

Nelle prossime settimane saranno prese dal Governo italiano e dalla Commissione Europea ulteriori misure per l’economia, il lavoro, le imprese, i servizi. C’è da augurarsi che non vengano riproposte vecchie ricette basate su grandi opere, asfalto e cemento.

E si punti invece con decisione al futuro con lavori legati al Green Deal, contro il dissesto e la rigenerazione del territorio, per la mobilità sostenibile e la decarbonizzazione dei trasporti.

Un piano per il potenziamento di un efficace sistema sanitario pubblico, per dare impulso alla ricerca, formazione e sistema scolastico, per rigenerare le città, riqualificare l’edilizia anche contro il pericolo sismico, per il risanamento dei siti inquinanti e la riconversione ed innovazione industriale. Per promuovere il turismo sostenibile, piccoli borghi, le produzioni locali e la biodiversità, di cui il nostro paese è cosi straordinariamente ricco.

In questi tempi di pandemia in molti dicono che niente sarà come prima e c’è da crederci.  Ma non diamo per scontato che possano emergere solo soluzioni intelligenti, eque e sostenibili, perché il vecchio e l’inerzia del passato sono sempre in agguato.  Quindi anche ora servono idee innovative, impegno e confronto pubblico per le scelte del nostro Paese.

Anna Donati