Ci sono molti modi per disegnare un percorso e generare un file gpx. Il metodo migliore e più preciso è naturalmente quello di registrare la traccia con il proprio ciclocomputer. Il file gpx così generato conterrà anche tutte le informazioni rilevate lungo il percorso (oltre all’altimetria anche la velocità, la media ecc.). Questo file viene letto come reale da qualsiasi visualizzatore che si può trovare sul Web (Openrunner, Strava, Bikemap ecc.).

Esiste però un altro modo, più semplice, di generare file gpx ed è quello di utilizzare direttamente le funzionalità messe a disposizione a tale scopo dai programmi di visualizzazione. A differenza dei files generati realmente, questi contengono solo informazioni relative al percorso, come distanza e altimetria, ma il tempo di percorrenza viene solo stimato in base ai parametri di chi lo genera (età, altezza, peso ecc.).

A che cosa servono questi file gpx generati a tavolino ?

Principalmente a due cose:

1 – verificare un percorso prima di farlo, misurando la distanza e il dislivello altimetrico

2 – generare un file gpx da caricare sul dispositivo (ciclocomputer o App) che vi guiderà lungo il percorso

Nel primo caso l’utilità sta nel prevedere cosa ci aspetta programmando la nostra esperienza di viaggio, nel secondo caso, la traccia ci aiuta a seguire il percorso che abbiamo programmato, senza perderci.

Sicuramente questa possibilità, che ci viene offerta gratuitamente da tutte le piattaforme in commercio, è utilissima e vale la pena perderci un po’ di tempo (pochissimo) per imparare ad usarla.

Dopo averle utilizzate e studiate molte, la mia preferita è STRAVA. E’ quella più semplice, è la più affidabile, è basata su una cartografia leggibile e dettagliata. Di seguito vi spiego come utilizzarla.

Per prima cosa è necessario iscriversi (gratuitamente) e generare un proprio profilo su STRAVA..

Ora che ti sei registrato, segui questi consigli per generare la tua prima traccia gpx con STRAVA. Accedi alla tua dashboard.

Clicca in alto a sinistra e ti comparirà una tendina con “i miei percorsi”. Cliccaci sopra.

Si apre una nuova finestra “I miei percorsi”. Clicca su “Crea nuovo percorso”.

Ora, in alto a sinistra, digita la località da dove vuoi iniziare il percorso. Nel caso dell’esempio “Assisi” in Umbria. Si apre la mappa con al centro Assisi.

Clicca in alto a sinistra sulla rotella e ti si aprirà la pagina con le preferenze. Puoi scegliere se usare la mappa o la visione satellitare e il sistema di misura delle distanze.

Fatto questo devi posizionare il cursore sul punto esatto dove vuoi iniziare il percorso. Ti consiglio di ingrandire la mappa cliccando in alto a sinistra su “+” fino ad ottenere una mappa abbastanza dettagliata.

Posiziona il cursore sul punto di partenza. Apparirà un pallino verde. Posiziona nuovamente il cursore su un altro punto lungo il percorso che intendi tracciare. Si genererà una prima traccia scura. Se, procedendo, posizionerai il cursore su un punto sbagliato, puoi cancellarlo cliccando in alto a sinistra su “annulla”. Non cliccare su “cancella” perchè quel pulsante cancella tutta la traccia e dovrai ricominciare dall’inizio.

Prosegui posizionando il cursore sui punti successivi del tuo percorso. Vedrai che il programma disegnerà automaticamente la tua traccia seguendo la strada sulla mappa. Fai attenzione a inserire i punti lungo le strade che vuoi percorrere tu perchè il programma potrebbe seguire altri tracciati in base ad altri parametri diversi dai tuoi. Controlla quindi la traccia mentre si genera prima di continuare. Nel caso clicca su “annulla” per eliminare l’ultimo tratto.

Arrivato alla fine del tuo percorso, devi salvarlo cliccando su “salva” in alto a destra.

Puoi anche attivare il “dislivello” per vedere l’andamento altimetrico della tua traccia. Appena avrai cliccato su “salva” ti apparirà questa scheda con dei campi da riempire.

Devi dare un nome al tuo percorso. Puoi aggiungere una descrizione che ti potrà servire in seguito quando avrai generato molti percorsi e sarà difficile ricordarli tutti. Fatto questo clicca su “salva”.

Ora che l’hai salvato, potrai visualizzare il tuo percorso.

A questo punto puoi scaricare la traccia gpx che hai generato. Il file avrà il nome che hai assegnato al percorso. Ora potrai caricarlo sul tuo dispositivo.

Se hai un Garmin puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-una-traccia-gpx-nel-tuo-garmin/

Se hai un Bryton puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-un-file-gpx-nel-tuo-bryton/

Ora puoi utilizzare la traccia che hai caricato sul tuo dispositivo per farti guidare lungo il percorso che hai generato.

Segui questo link per capire cosa è STRAVA

Segui questo link per iscriverti usando uno dei 3 metodi previsti.

ARTICOLI CORRELATI

Come sincronizzare il tuo dispositivo con STRAVA http://mybikeway.it/come-sincronizzare-un-dispositivo-gps-con-strava/

Convertire un file .FIT in un file .gpx http://mybikeway.it/convertire-un-file-fit-in-un-file-gpx/

Bryton come alternativa a Garmin ? http://mybikeway.it/bryton-come-alternativa-a-garmin/

Molto spesso si fanno dei lunghi giri in bici con amici e non tutti utilizzano un dispositivo gps, così come non tutti sono in grado di utilizzare il proprio dispositivo gps per seguire o per registrare la traccia del percorso.

In questo caso viene in aiuto STRAVA che consente di condividere la traccia caricata sul proprio profilo con altri amici con cui si è condiviso il giro.

In genere l’operazione di trasferimento della traccia del gps sul proprio profilo STRAVA avviene in automatico, ma conviene comunque aprire la pagina relativa alla traccia, che normalmente viene salvata con un titolo generico tipo “giro dell’ora di pranzo”, e cliccare su “aggiungi una descrizione” e dare un titolo di riferimento alla traccia che corrisponda al tour.

Fatto questo, appena sotto compare questa schermata.

Clicca su “aggiungi amici” e ti comparirà questa schermata con l’elenco degli amici. Clicca sul nome dell’amico e STRAVA invierà la tua traccia all’amico selezionato.

In alternativa, se l’amico non compare sull’elenco o non ha un profilo STRAVA, puoi copiare il link e inviarglielo via email. In questo modo il tuo amico potrà aprire la tua pagina, scaricare il file gpx e caricarlo sul suo profilo STRAVA.

Ovviamente, i dati relativi alla traccia del tuo amico, corrisponderanno ai tuoi, ma se avete fatto il giro in bici insieme…

Sulle varie piattaforme oggi disponibili, sia gratuite che a pagamento, ci sono migliaia di tracce gpx che possono essere scaricate e inserite nel proprio dispositivo ed essere navigate.

C’è però il problema che quando si registra o si crea una traccia ci sono sempre un inizio e una fine del percorso, che vengono stabiliti da chi realizza la traccia.

Se vogliamo utilizzare questa traccia senza problemi, dobbiamo iniziare il nostro viaggio dal suo punto di partenza e poi seguire le indicazioni fino alla sua conclusione.

Se, invece, vogliamo partire da un punto qualsiasi del percorso, possiamo farlo, ma dobbiamo osservare delle semplici accortezze.

Per prima cosa, una volta caricata la traccia sul dispositivo, è necessario individuarla e avviare la navigazione.

La traccia ci porterà fino alla conclusione del percorso ma, per ritornare al nostro punto di partenza, dobbiamo ricaricare la traccia e ricominciare nuovamente il percorso per arrivare al punto da dove siamo partiti. In questo caso il nostro dispositivo continuerà a seguire la traccia indicandoci il punto di arrivo finale, ma la traccia ci condurrà comunque nel punto dove, precedentemente, abbiamo iniziato il nostro percorso.

Tutto questo funziona bene per i percorsi circolari con il punto di partenza e arrivo coincidenti. Per i percorsi lineari il metodo è lo stesso ma, una volta arrivati a destinazione non potremo riavviare la traccia perché ci troveremo molto distanti dal punto di partenza.

Fare questo è molto semplice se vogliamo solo navigare la traccia. Se, invece, vogliamo anche registrare il nostro percorso per memorizzare i dati della nostra prestazione, dopo aver avviato la navigazione dobbiamo anche avviare la registrazione.

In questo caso, però, non potremo avere un’unica traccia registrata perché alla fine del percorso navigato dovremo memorizzare la prima traccia e, dopo aver avviato nuovamente la navigazione, iniziare a registrare una nuova traccia che si concluderà al nostro punto di partenza.

Alla fine avremo due tracce ma, con un po’ di pazienza, se serve, è possibile unire le due tracce in una unica, utilizzando dei programmi appositi.

Questo il link ad un sito on-line che vi consente di realizzare una unico file .gpx partendo da due files .gpx da voi generati. La procedura è semplice: il link ti porta ad una pagina di gpsvisualizer.com dove ti apparirà questa schermata.

Carica il tuo primo file .gpx che hai generato e poi il secondo file .gpx. Seleziona in alto il formato del nuovo file (GPX). Clicca in basso su advanced options e, sulla scheda che si apre, seleziona yes sia su Connect segments che su merge all tracks. Poi clicca su Convert. Ti apparirà questo messaggio:

Clicca sul link e verrà scaricato sul tuo pc il nuovo file .gpx che sarà la traccia unificata delle due tracce precedenti. Rinomina il file generato. Ora potrai visualizzare il nuovo file su qualsiasi piattaforma online, oppure caricarlo sul tuo dispositivo e navigare la traccia.

Organizzata da Equilibrio Urbano Cyclestore di Milano, lo scorso 1° maggio ho partecipato, come relatore, ad una conferenza virtuale sul tema del futuro delle randonnée e del cicloturismo.

E’ stata l’occasione per presentare alcuni progetti a cui ho lavorato negli ultimi mesi che, oltre a fornire indicazioni concrete sugli scenari futuri del cicloturismo, possono essere una risposta alle problematiche specifiche innescate dal coronavirus che limiteranno e renderanno obsolete, e non più praticabili, molte forme di turismo tradizionale, offrendo, nel contempo, altre opportunità per chi saprà coglierle.

Ho avuto modo presentare il progetto di Castelluccio degli Eroi e dell’Umbria del Grand Tour che introducono innovazioni importanti nel mondo delle randonnée e del cicloturismo, mettendo a frutto ciò che oggi le nuove tecnologie offrono ai cicloturisti, rendendoli più liberi di organizzare le loro avventure in modalità meno rigide e più interessanti.

Una parte della presentazione è dedicata anche al nuovo portale YOU BIKE WAY finalizzato alla valorizzazione dei percorsi cicloturistici italiani. Una risorsa destinata a chi vuole orientarsi nel variegato mondo dell’offerta cicloturistica, potendosi affidare ai consigli e alle proposte dei Bike Bloggers, cicloturisti esperti in grado di presentare, documentare e descrivere le loro esperienze di viaggio.

Seguono le risposte ad alcune domande fatte dai partecipanti una delle quali si riferisce al progetto delle CRONOSCALATE DELLA VALNERINA realizzato dall’Associazione Ciclisti Uniti per la Valnerina che è nata per raccogliere fondi e promuovere la rinascita del territorio interessato dal sisma del 2016.

L’evento è stato realizzato con contributi esplicativi e numerosi esempi che rendono più gradevole ed efficace la visione del video.

La diretta è stata registrata e può essere vista da chiunque cliccando sul link al canale Youtube di Equilibrio Urbano (che trovate sotto).

VIDEO CONFERENZA

Sito CASTELLUCCIO DEGLI EROI

Sito UMBRIA DEL GRAND TOUR

Sito YOU BIKE WAY

Sito CICLISTI UNITI PER LA VALNERINA

Al tempo del coronavirus e della clausura forzata abbiamo avuto modo di sperimentare alcune piattaforme di Virtual Reality come Zwift o di Realtà Aumentata come Rouvy che, oltre alle classiche sedute di allenamento indoor, offrono possibilità di organizzare eventi a cui possono partecipare contemporaneamente migliaia di ciclisti virtuali, sparsi in tutti i continenti.

Tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 2020 le offerte si sono moltiplicate in entrambe le piattaforme (che si stanno disputando il mercato dei rulli e delle applicazioni che è letteralmente esploso).

Prima di esaminare le esperienze testate sul campo (virtuale), c’è da dire che la differenza tra il pedalare all’aperto in bicicletta o stando fermi sui rulli è sostanziale e non consente comparazione. Sono due cose diverse e, pur prediligendo la prima, non posso non apprezzare anche la seconda, con i suoi limiti, ma anche con le sue peculiarità.

Ne parlo a ragion veduta perchè ho partecipato ai 5 eventi Virtuali organizzati da ENDU, la piattaforma italiana che si propone come aggregatore di eventi sportivi, di organizzatori e di atleti di sport di endurance.

Nella sostanza sono state proposte 4 GF classiche che richiamano ogni anno migliaia di ciclisti, nella versione “Realtà Aumentata” utilizzando la piattaforma Rouvy.

Le 4 Gf erano: la Virtual GF internazionale Gavia e Mortirolo (il 26 aprile), la Virtual GF Marcialonga Craft (il 1° maggio), La Virtual Gf Dolomiti Race (il 3 maggio) e la Virtual Gf La Fausto Coppi Officine Mattio (il 9 maggio). Le 4 Gf sono state precedute da un prologo disputato il 25 aprile sulle strade del grossetano con arrivo a Castiglione della Pescaia.

Si è trattato di 4 competizioni con una classifica finale a cui hanno potuto partecipare solo ciclisti dotati di rulli interattivi in grado di simulare anche le pendenze dei vari percorsi.

Non erano previsti premi ma solo attestati di partecipazione anche perchè, nonostante le tecnologie siano abbastanza allineate sul piano delle caratteristiche funzionali, i vari rulli utilizzati possono avere comportamenti diversi in base ai parametri assegnati in fase di settaggio e, questo, non consente ancora una comparazione ufficiale dei dati prodotti dai vari dispositivi e delle prestazioni effettive dei partecipanti.

Comunque sia, nessuno dei partecipanti alle 4 GF ha posto il problema poichè si è trattato di un esperimento e nessuno ha vissuto le 4 prove + il prologo come una gara vera e propria.

Nessuno ? Non proprio nessuno, in quanto la maggior parte dei partecipanti, appena dato il via ufficiale alle 9 di mattina, è andato subito “a tutta” costringendo i big del ciclismo presenti a dare anche loro il massimo, senza riuscire a raggiungere neanche il podio virtuale. Questo il caso di Damiano Cunego e Alessandro Ballan che si sono dovuti accontentare delle posizioni di rincalzo (non senza delusione).

Infatti, benchè virtuale, non si può dire che l’evento non sia stato vissuto come una opportunità per mettersi alla prova confrontandosi con altri 300 partecipanti (questa la media dei partenti in ciascuna prova nonostante un numero di iscritti paganti superiore ai 400).

ENDU infatti, ha voluto testare questi eventi virtuali rivolgendosi al mondo dei granfondisti che, dopo due mesi di quarantena, scalpitavano per poter rivivere anche se solo virtualmente, l’emozione della griglia e della sfida, affrontando anche solo dai 20 ai 30 km dei percorsi delle GF reali, ma quelli più impegnativi con le salite del Gavia, del San Pellegrino, della Croce d’Aune, e del Colle della Fauniera.

L’organizzazione della prima edizione dell’ENDU VIRTUAL GRANFONDO SPRING è stata possibile grazie alla collaborazione degli organizzatori dei 4 eventi reali (alcuni dei quali hanno anche pedalato nel gruppo), utilizzando la piattaforma ROUVY che consente questo tipo di eventi che prevedono una partenza e un arrivo su percorsi che sono basati su dei filmati che scorrono in base alla velocità del ciclista, comunicata dai rulli interattivi, e sui quali sono sovrapposti gli “avatar” dei ciclisti presenti, identificati con il nome.

Sullo schermo del pc o dell’iPad compare quindi l’immagine reale dei luoghi che scorre alla tua velocità e, in base a questa, puoi superare o essere superato da avversari. La classifica con i nomi dei ciclisti più prossimi la trovi sulla sinistra mentre in basso, lungo il profilo altimetrico vedi il tuo pallino scorrere in mezzo agli altri con l’indicazione dei km percorsi e di quelli da percorrere. In alto a sinistra vengono riportati i tuoi dati relativi alla potenza, ai battiti cardiaci, alla velocità e alla frequenza di pedalata. Sotto di essi la pendenza che stai affrontando.

Contemporaneamente, sullo smartphone puoi collegarti alla diretta fb dove commentatori professionali sono collegati con alcuni VIP che partecipano alla pedalata e commentano l’evento virtuale come se fosse reale. Una diretta che dura circa 2 ore durante le quali ti tengono compagnia e ti fanno sentire protagonista di un evento collettivo.

Per essere stata la prima edizione i numeri degli iscritti e dei partecipanti è stato notevole e inaspettato tenendo conto che potevano partecipare solo coloro in possesso di rulli interattivi che, ad oggi, sono veramente una piccola minoranza rispetto ai rulli tradizionali.

Il costo dell’abbonamento alle 4 GF era di 15€ e dava diritto ad un mese di abbonamento alla piattaforma ROUVY (che dopo i primi 15 gg di prova gratuiti, quando ti iscrivi, costa 12€ al mese) + un pacco gara virtuale costituito da codici sconto per l’acquisto dei prodotti degli sponsor di ciascuna GF. A questo c’è da aggiungere un ottimo servizio da parte di ENDU che ha fornito i pdf personalizzati con i numeri di gara, i diplomi e tutti i servizi tipici della piattaforma, come se fossero eventi reali.

ROVY è stata all’altezza dell’evento, ha sempre funzionato bene, non ha avuto problemi a gestire in diretta i partecipanti e la sensazione di realtà Aumentata è stata notevole e molto stimolante.

Credo quindi che si sia trattato di un esperimento ben organizzato e riuscito che ha dimostrato che la tecnologia può offrire delle soluzioni interessanti anche in uno sport come il Ciclismo dove il solo addestramento e allenamento indoor risulta noioso e frustrante, se non accompagnato da qualche forma di sano agonismo.

Ed è quella dell’agonismo una possibile molla per spingere anche i ciclisti più tradizionali e riottosi a dotarsi di rulli interattivi per poter affrontare sfide virtuali, nel dopo coronavirus, confrontandosi con amici vicini e lontani e con una comunità di milioni di persone distribuite nel pianeta.

Quindi Virtual GF per ritrovarsi insieme anche più volte nel corso dell’anno e condividere una sfida su percorsi mitici (anche a tappe), ma anche cronoscalate e mille altre iniziative che possono essere vissute in inverno e nelle giornate piovose.

Non sostituiscono l’evento reale, non sono una alternativa alle pedalate all’aria aperta ma sono sicuramente una occasione per divertirsi facendo movimento lontano dalla tv e dagli altri social (avvelenati dall’odio, dalla superficialità e dalla stupidità dilaganti).

LEGGI ANCHE https://mybikeway.it/utilizzare-i-rulli-interattivi-per-viaggiare-virtualmente-e-divertirsi-e-non-solo-per-allenarsi/

In questi ultimi due mesi di marzo e aprile 2020 c’è stato un vero e proprio boom nell’uso dei rulli per gli allenamenti indoor. Questo non per volontà e libera scelta ma poichè non c’erano alternative possibili.

Molti ciclisti hanno rispolverato i vecchi rulli relegati in cantina e hanno iniziato a pedalare e a sudare fino alla noia per non perdere la condizione sperando che ‘a nuttata fosse breve…

Non lo è stata e non si intravede rapidamente un ritorno alla normalità, semmai un giorno sarà possibile ritornarci.

Chi ha avuto come me la fortuna e l’intuizione di acquistare dei rulli interattivi (smart) di nuova generazione prima che l’eccesso di domanda esaurisse le scorte in tutto il mondo, ha invece avuto modo di scoprire un nuovo mondo interessante e in rapida crescita.

I nuovi rulli interattivi sono solo lo strumento hardware, indispensabile per poter vivere questa nuova esperienza, ma la novità sta invece nello sviluppo dei software di simulazione che sono letteralmente dilagati in questo periodo, conquistando sempre di più nuovi estimatori ed utilizzatori.

Ho avuto modo e, probabilmente, avrò ancora per molto tempo modo di sperimentare questa nuova tecnologia che è sicuramente una parente alla lontana del ciclismo classico, che tutti noi conosciamo, ma che presenta molti aspetti interessanti che vale la pena analizzare prima di esprimere un giudizio liquidatorio, come ho sentito fare in questi giorni da chi non ha avuto la possibilità di sperimentarla e si appella ad antichi pregiudizi.

Premetto che andare in bicicletta nella realtà è cosa assolutamente diversa che vivere un’esperienza interattiva di realtà aumentata sui rulli, ma ciò non toglie a quest’ultima un proprio fascino e un suo perchè.

I RULLI

Possiamo suddividere i rulli in tre categorie: i rulli veri e propri (Roller) su cui posizionare direttamente la bicicletta senza nessun fissaggio, il rullo su cui fissare la ruota posteriore della bici (Wheel on) e il rullo a trasmissione diretta (Direct Drive).

I Rollers sono i più semplici e i più antichi, utilizzati dai professionisti per il riscaldamento e il defaticamento, sono quelli che forniscono la migliore sensazione della pedalata perchè la bici si comporta come su strada. Per questo, è però necessario essere sempre concentrati per rimanere in equilibrio e non fare manovre pericolose che potrebbero farti uscire dai rulli e cadere.

I Wheel on sono i più diffusi ed economici. Sono facilmente utilizzabili poichè la bici viene agganciata al supporto utilizzando il perno della ruota posteriore che è in contatto con il rullo. Sono stabili ma hanno il difetto di essere rumorosi e di consumare il copertone a contatto con il rullo. Nei modelli più recenti il rullo in acciaio è stato sostituito con uno in elastogel più silenzioso e più performante.

I Direct Drive sono i rulli più evoluti ma anche i più costosi. In questo caso la ruota posteriore viene tolta e la trasmissione viene collegata al rullo direttamente utilizzando un pacco pignoni connesso all’ingranaggio. Sono i veri rulli interattivi con i quali è possibile interagire con i software delle varie piattaforme e simulare dalle pendenze, al fondo stradale, all’inclinazione del percorso.

Queste due ultime tipologie di rulli hanno entrambe la possibilità di simulare le pendenze aumentando la resistenza del rullo attraverso un freno a resistenza magnetica (il più diffuso e meno costoso), idraulica attraverso un liquido in cui è immerso il volano ed elettro-magnetico che garantisce una maggiore precisione e fluidità di pedalata ma che ha bisogno di essere collegato ad una presa elettrica.

Recentemente anche alcuni Rollers della Elite sono stati dotati di una resistenza elettro-magnetica gestita dal software della piattaforma utilizzata per le sessioni di realtà virtuale.

Escludendo i modelli base, tutte e tre le tipologie possono essere utilizzate in modo interattivo purchè siano dotate di sensori in grado di misurare le rispettive performances in termini di velocità, potenza e frequenza di pedalata. Ovviamente i più evoluti dal punto di vista dell’interattività sono i Direct Drive e se si ha intenzione di utilizzarli in ambienti immersivi di realtà virtuale o realtà aumentata, è bene acquistare subito uno di questi modelli, magari acquistando un entry level che comunque non costa meno di 500 €.

Personalmente uso un Tacx Flux S Smart e sono soddisfattissimo, ma la scelta è stata determinata anche dalla sua disponibilità in questo periodo di difficile reperimento di rulli interattivi. In alternativa ci sono i modelli della Elite, anch’essi affidabili e performanti. La Tacx (azienda olandese acquistata recentemente dall’americana Garmin) e la Elite (azienda italiana, leader nel settore) sono quelle che si dividono la fetta più consistente del mercato in Europa. A seguire, con lo stesso livello di performance e di affidabilità nell’interattività, ci sono la Wahoo e la Saris.

LE PIATTAFORME VIRTUALI

Fatta la scelta del rullo si può passare all’esame delle piattaforme che consentono un’esperienza immersiva con i rulli. Sono tutte piattaforme a pagamento ma hanno il pregio di poter fare anche abbonamenti mensili e non solo annuali. In genere quasi tutte offrono un periodo di prova gratuito per poterle testare. Alcuni abbonamenti sono gratuiti in quanto compresi nell’acquisto del rullo interattivo.

Esistono piattaforme che offrono alcuni servizi gratuiti come RGTCycling ma il meglio dell’esperienza immersiva è sempre a pagamento e quindi, conviene conoscere le attuali offerte per poi fare la scelta giusta in modo consapevole.

Zwift

La piattaforma che al momento è la pià frequentata è Zwift. Si tratta di un sistema di realtà virtuale che propone numerosi percorsi “disegnati”, alcuni completamente inventati e altri che ripropongono situazioni reali. Gli ambienti son molto dettagliati e il livello di immersività è buono (puoi anche scegliere la qualità dei dettagli in base alla larghezza di banda disponibile). Il suo punto di forza è l’interattività. Si tratta infatti di un divertente videogioco associato ad una piattaforma social che ti permette di interagire con i tuoi amici e condividere l’esperienza della pedalata.

Con Zwift puoi organizzare delle uscite di gruppo invitando i tuoi amici in uno dei tanti percorsi disponibili. Puoi stabilire un orario per l’appuntamento e ritrovarti con loro nel punto di partenza. L’esperienza è divertente e stimolante. Necessita di un minimo di preparazione e confidenza con l’applicazione e con i social, ma si impara presto e si può pedalare insieme e condividere le sensazioni (e anche giocare un po’ sfidandosi sulle salite…)

Rouvy

L’altra applicazione che va per la maggiore è Rouvy, è stata realizzata nella Repubblica Ceca e propone una quantità enorme di percorsi che possono essere vissuti in “realtà aumentata”. La visione è realistica perchè le riprese sono reali e sono sincronizzate con il rullo di chi partecipa, così che il video scorre alla velocità con la quale procedi. In più, lungo il percorso puoi incontrare gli avatar (disegnati ma realistici) degli altri ciclisti presenti lungo il percorso. Si tratta di un’esperienza immersiva di grande impatto perchè sembra proprio di “esserci”.

Anche con questa applicazione puoi darti appuntamento con i tuoi amici su uno dei tanti percorsi e condividere la pedalata attraversando territori conosciuti o da esplorare.

Questo è il valore aggiunto di questa piattaforma che ti consente di viaggiare con le gambe, con gli occhi e con la mente e affrontare percorsi che sarebbe difficile raggiungere.

Recentemente ho partecipato alla prima Granfondo virtuale sul percorso “Bormio – Gavia” di 24 km e 1400 m di dislivello, organizzata da ENDU e dagli organizzatori della GF Damiano Cunego.

Conoscevo questa salita ma è stato un piacere vivere l’esperienza virtuale insieme ad altri 400 ciclisti reali con i quali ho condiviso il percorso e l’atmosfera, arricchita e impreziosita dalla diretta su fb con la presenza di commentatori e collegamenti con i protagonisti.

Insomma: non vedo l’ora di riprendere a pedalare nella realtà… ma, avendo conosciuto questa nuova modalità, non mi dispiace pensare di poter continuare a viaggiare anche nelle giornate di pioggia utilizzando queste nuove tecnologie di cui mi sono dotato e che mi offrono non una alternativa ma una nuova opportunità.

PER SAPERNE DI PIU’

Vai al sito TACX

Vai al sito ELITE

Guarda il video su come scegliere i rulli interattivi Tacx

Guarda il video sulla scelta dei rulli di varie marche

Leggi articolo sulle varie piattaforme di realtà virtuale per i rulli

Vai al sito ROUVY

Vai al sito SWIFT

All’inizio di questo 2020 ho scritto, senza pubblicarlo, questo articolo per il blog in cui parlo di ciò che informa il mio lavoro e, prima ancora, la mia vita. Lo pubblico oggi perchè, con ciò che stiamo vivendo, le considerazioni in esso contenute sono più che mai attuali.

Come più volte affermato in questo blog, ritengo fondamentale mantenere una visione d’insieme dell’individuo, della salute, conoscere prima di ogni altra cosa come funziona il nostro organismo, non soltanto sotto l’aspetto fisico, ma anche e soprattutto psichico, emotivo, energetico, spirituale.

Credo anche che sia essenziale porsi delle domande rispetto a chi siamo veramente e quale sia lo scopo di questa nostra vita, acquisire una consapevolezza che corrisponda ad un ascolto attivo, continuo, di noi stessi e della natura di cui siamo parte, prestando attenzione a tutto ciò che ci circonda e, in fine, sviluppare il senso di responsabilità. 

Tutto ciò mantenendo un atteggiamento di meraviglia, entusiasmo, gratitudine di fronte al continuo spettacolare miracolo che è la vita. 

Lo avevo lasciato in bozza, dando la precedenza ad altre priorità.

Rileggendolo ora ci colgo un qualcosa di profetico, soprattutto quando parlo della questione del “tempo”.

Un tempo che il coronavirus ha magicamente generato

No, soltanto “svelato“. 

Quel tempo è sempre stato lì, presente e disponibile, ma che noi non percepivamo, travolti dalla frenesia della vita che ci siamo creati, scambiandola e vivendola come fosse la “vera” vita. 

Questo meccanismo lo attiviamo passivamente e automaticamente per tanti altri aspetti della nostra vita, rischiando di farcela sfuggire di mano. 

Ecco che il coronavirus ci offre questa straordinaria occasione: renderci più lucidi, capire cosa c’è che non andava in quella che chiamavamo normalità, capire chi siamo, dove stiamo andando, fermarci ad ascoltare in silenzio, ristabilire la scala delle priorità, capire quali cambiamenti apportare per esprimere la nostra autentica essenza e vivere la vita con pienezza, onorandola ogni singolo momento, con gratitudine. 

Non mi corrisponde, di questo nostro sistema che si occupa di salute, la mancanza pressoché totale di “ascolto” globale nei confronti dei pazienti.

Per globale intendo non soltanto l’ascolto relativo all’aspetto che riguarda la manifestazione del sintomo, quindi l’attenzione all’organo correlato, alla malattia, secondo quella che chiamiamo visione meccanicistica, ma l’attenzione, quindi l’ascolto, che dovrebbe essere piuttosto della persona nella sua interezza, secondo quella che è la visione olistica, soprattutto  la valutazione dell’aspetto psicologico, che ci permette  di resistere rispetto ai fattori esterni (resilienza). 

Manca totalmente questo tipo di approccio, primo perché manca proprio la cultura che  prevede una visione d’insieme dell’individuo (olistica appunto), inteso come microcosmo, inserito ed interagente con un macrocosmo, secondo perché un simile approccio richiede del “tempo” da dedicare.

Troppo “tempo“.

Certamente più “tempo” rispetto alla semplice e veloce prescrizione (o dispensazione!!) di qualche rimedio, conseguente ad un’interazione con il paziente (paziente/cliente…) di qualche minuto, superficiale, distratta e ansiogena.

Occupandomi di salute, essenzialmente nella delicata e decisiva fase della prevenzione, dopo tanti anni di studi, ricerca, esperienza clinica, trovo più rispettoso ed efficace e anche spontaneo, dopo aver favorito un atteggiamento il più possibile rilassato, pacificando la mente predisponendola all’ascolto, favorire l’auto-ascolto dell ‘individuo, guidandolo, anche nell’aspetto dell’informazione consapevole, facendogli ri-scoprire come funziona il suo sistema mente/corpo, i segnali che gli invia quando sta allontanandosi da quell’equilibrio che corrisponde alla salute, rendendolo così in grado di modificare ” la rotta” e ripristinare quell’equilibrio stesso.

Tutto questo l’ho esplicitato nel “trattamento depurativo integrato“,  che ho ideato, e che rappresenta la sintesi di questo modo di intendere l’individuo e la salute.

La salute intesa, però, come definita già dall’OMS: stato (o meglio processo) di completo benessere fisico, psichico e sociale, non soltanto assenza di malattia. 

La salute intesa come stato d’animo, oltre che stato biologico, in cui l’individuo si sente in grado di realizzare i propri progetti nella vita con un senso di libertà, amore e felicità.

È con questo approccio che si diventa capaci di attingere a quell’intelligenza innata che favorisce i processi di guarigione e di rigenerazione. 

Un approccio che richiede certamente più “tempo” da dedicare.

Come possiamo intervenire sul processo dinamico della salute, se non sappiamo come funziona il nostro meraviglioso unico e irripetibile organismo in ogni suo aspetto di essere multidimensionale (non di semplice macchina biologica) ? 

Dobbiamo prendere coscienza del fatto che ogni minima interazione del nostro sistema mente/corpo, a partire dal cibo che ingeriamo, ma anche e soprattutto come lo ingeriamo, dalla modalità con cui sappiamo affrontare ciò che viene definito come stress, da come gestiamo le nostre emozioni, da come prendiamo conspevolezza del ritmo e della profondità della respirazione, della qualità del sonno, ecc, tutto questo provoca una risposta fisiologica in grado di modificare macroscopicamente la nostra salute.

Soltanto con la conoscenza di tutto questo, che non corrisponde alla semplice acquisizione passiva e sterile di nozioni, con consapevolezza e senso di responsabilità, possiamo acquisire quella capacità di innescare il cambiamento autentico che, passo dopo passo, conduce nella direzione di un percorso di vera guarigione.

Quello che si scopre, alla fine, è che quel “tempo”, che inizialmente sembrava mancare, lo si ritrova totalmente guadagnato. 

Perché non c’è niente di più importante e sacro del tempo dedicato a capire come funziona e in che modo possiamo mantenere in equilibrio quello straordinario sistema integrato corpo, psiche, anima, emozioni che noi siamo, onorando in questo modo il miracolo che è la vita.

La chiave di volta, a mio avviso, è data dalla ri-acquisizione della  capacità di prestare “attenzione” costantemente a ciò che accade, prima di tutto, dentro di noi, avvalendoci anche delle pratiche meditative, che favoriscono la connessione con la nostra essenza più profonda.

Spegnere il rumore esterno per mettersi all’ascolto dell’universo che è dentro di noi. 

Prendiamo coscienza del fatto che il nostro organismo rappresenta una rete psicosomatica, dove, se il flusso di informazioni e di molteplici circuiti di feedback è regolare, armonico, non ostacolato dai nostri comportamenti non consapevoli e poco responsabili, garantisce un continuo equilibrio (omeostasi) che corrisponde alla salute. 

Questa è la forza, la capacità innata del nostro complesso mente/corpo, che dobbiamo soltanto riscoprire.

Le “prove” possiamo sperimentarle proprio su di noi, trasferendole poi per osmosi e facendo da modello a chi sta intorno a noi, osservando che non soltanto la nostra salute psichica, fisica, mentale è migliorata, ma anche le nostre relazioni, la nostra vita intera, in ogni suo aspetto. 

La medicina come la conosciamo noi, sta dimostrando di non essere più all’altezza e in grado di risolvere i problemi che si stanno presentando. 

Deve trasformarsi e abbandonare l’approccio limitato, frammentario, meccanicistico, diventando integrata, umanizzata, personalizzata, olistica e quantistica, sì perché non possiamo continuare a negare la nostra natura energetica e che, quindi, la malattia e la salute sono frutto dello stato energetico, come peraltro le antiche medicine orientali sanno da millenni. 

L’aspetto della prevenzione deve essere prioritario, l’ascolto, l’accoglienza, la valutazione dell’aspetto psicologico, il ruolo delle emozioni, dell’alimentazione, della respirazione corretta, del movimento fisico, la possibilità di “cucire” una terapia su misura per quel soggetto, attingendo prioritariamente ai rimedi naturali, quindi rivalutando la medicina cosiddetta non convenzionale, considerata una parte sottostimata delle cure mediche: medicine tradizionali, cinese, ayurvedico, agopuntura, come pure gli approcci a mediazione corporea: fitoterapia, omeopatia, Aromaterapia o quelli a mediazione energetica. 

Forse è questo il momento giusto per avviare il cambio di paradigma, ri- considerare l’essere umano, come dimostrano le ricerche degli ultimi decenni, non solo come sede di processi biochimici e molecolari, ma prima di tutto di fenomeni energetici, biofisici, vibrazionali. 

La “coscienza” appare essere sempre di più il fattore unificante sotteso a biologia, biochimica, biofisica e piano animico. Una coscienza in grado di orchestrare qualcosa che la mente razionale non può concepire

Ecco che allora  può avvenire il passaggio verso una medicina in grado di considerare tutti questi aspetti, dove, alla fine, la guarigione assume il significato di allineamento con quella coscienza intelligente, senza tempo e senza spazio, come peraltro tramandato dall’antica sapienza millenaria vedica e di altre antiche filosofie e che la meccanica quantistica sta confermando.

Consapevoli del fatto che la guarigione scaturisce sempre da un livello di organizzazione più alto e qualsiasi terapeuta o rimedio o tecnica non assume altro che il ruolo di “facilitatore” . 

Medicus curat, natura sanat. 

Non è un’utopia, i segnali ci sono, per chi sa coglierli, e questo è il TEMPO.

Un articolo di Anna Donati, portavoce dell’Alleanza Mobilità Dolce (AMODO)

Uno studio SIMA illustra l’ipotesi, basata sui dati della Pianura Padana, che più alto è l’inquinamento atmosferico più larga è la diffusione del coronavirus.

Ognuno di noi responsabilmente deve rispettare le regole e contribuire a fermare il contagio. Adesso la priorità è salvare le persone contagiate in grave difficoltà respiratoria e tutelare i lavoratori del sistema sanitario e dei servizi essenziali, a cui va il nostro pensiero colmo di gratitudine.

Molti esperti si interrogano sul fenomeno, sulle cause scatenanti, emergono studi che parlano di pandemia annunciata, di come la globalizzazione ed il trasporto veloce di lunga distanza abbiano accelerato il contagio globale, facendoci trovare completamente impreparati.

E’ una dura lezione per tutti/e che costringe ad aggiornare l’agenda, rivalutare il ruolo della sanità pubblica, ripensare alle politiche di prevenzione per l’ambiente e la salute. Dove molte cose sul contagio coronavirus sono ancora da studiare, comprendere e mettere in correlazione per darci indicazioni motivate e rigorose sulle politiche per il futuro.
Un Position Paper pubblicato in questi giorni dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA)  redatto in collaborazione alle Università di Bari e di Bologna,  ha esaminato i dati sulle emissioni di PM10 e PM2,5 delle Agenzie Regionali per la protezione ambientale, incrociandoli con i casi di contagio riportati dalla Protezione Civile.

Lo Studio parte dal richiamare diverse ricerche scientifiche che descrivono il ruolo del particolato atmosferico come “carrier”, cioè come vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Questa è una teoria generale piuttosto consolidata per chi studia i problemi di emissioni inquinanti e qualità dell’aria.

Il PM10 e PM2,5 come autostrade per il coronavirus?

Sulla base di questi studi pregressi i ricercatori italianai hanno esaminato i dati delle centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale, registrando il numero di episodi di superamento dei limiti di legge del PM10 (50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) nelle province italiane. Parallelamente, sono stati analizzati i casi di contagio da COVID-19 esposti della Protezione Civile.

Dall’analisi è emersa una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo, considerando quindi il tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta dalle persone.

Ma sono gli stessi ricercatori per voce di Alessandro Miani, presidente della SIMA a sottolineare che “in attesa del consolidarsi di evidenze a favore di questa ipotesi presentata nel nostro Position Paper, in ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o ‘marker’ indiretto della virulenza dell’epidemia da Covid-19”.

Il Position Paper chiude richiedendo alle istituzioni pubbliche misure restrittive per il contenimento dell’inquinamento, come azione di prevenzione a tutela della salute e dell’ambiente in cui viviamo.

Sembra evidente che questa ipotesi di correlazione andrà approfondita ed estesa sulla base di dati ed indagini di lungo periodo, insieme a molte altre ricerche che andranno svolte su quanto sta accadendo a livello mondiale e locale con la pandemia da coronavirus, per fornire motivazioni e soluzioni alla crisi che stiamo vivendo.

Di certo sappiamo che l’inquinamento dell’aria provoca numerosi morti premature in Europa, molto spesso nell’indifferenza generale, in particolare della comunicazione e delle istituzioni. Secondo il Rapporto sulla qualità dell’aria 2019 dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, lo smog ha causato circa 412.000 decessi prematuri di persone in Europa nel 2017 e per l’Italia sono state 76.200 morti premature. Il nostro paese ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto NO2 con 14.600 persone, Ozono O3 con 3.000 morti premature e per il PM2,5 è seconda con 58.600 morti premature.

Il traffico veicolare di merci e passeggeri ha un ruolo fondamentale come ci dicono gli studi di ISPRA sull’inquinamento atmosferico nel nostro paese, ed in certi territori come la Pianura Padana a causa delle condizioni meteo e della morfologia, hanno una maggior stagnazione per la mancanza di ventilazione e rimescolamento dell’aria.

Puntare su mobilità sostenibile, dolce ed attiva

E’ necessario dunque cambiare l’attuale modello di trasporti e puntare sulla mobilità sostenibile e mobilità dolce. Che non significa “stare fermi” ma muoversi con mezzi a basso o zero impatto, eliminando gli spostamenti inutili e dando la preferenza a soluzioni smart. Camminare, usare la bicicletta e la sharing mobility, utilizzare il treno, un autobus, scooters, auto e micromobilità elettrica, usare un veicolo commerciale elettrico per la consegna delle merci, affollare strade, piazze e spazi pubblici, è la nostra visione per la città ed i territori del futuro.

Anche smart working e servizi digitali sono un contributo concreto a ridurre gli spostamenti inutili e facilitare la vita delle persone e delle imprese. Ma questo implica che le connessioni siano estese in modo efficace a borghi, paesi, vallate ed appennini, dove invece esiste il digital divide, con la rete scarsa e lenta. Perché altrimenti aumenteranno le diseguaglianze, lo spopolamento e si ridurranno le opportunità di restanza sui territori.

Nelle prossime settimane saranno prese dal Governo italiano e dalla Commissione Europea ulteriori misure per l’economia, il lavoro, le imprese, i servizi. C’è da augurarsi che non vengano riproposte vecchie ricette basate su grandi opere, asfalto e cemento.

E si punti invece con decisione al futuro con lavori legati al Green Deal, contro il dissesto e la rigenerazione del territorio, per la mobilità sostenibile e la decarbonizzazione dei trasporti.

Un piano per il potenziamento di un efficace sistema sanitario pubblico, per dare impulso alla ricerca, formazione e sistema scolastico, per rigenerare le città, riqualificare l’edilizia anche contro il pericolo sismico, per il risanamento dei siti inquinanti e la riconversione ed innovazione industriale. Per promuovere il turismo sostenibile, piccoli borghi, le produzioni locali e la biodiversità, di cui il nostro paese è cosi straordinariamente ricco.

In questi tempi di pandemia in molti dicono che niente sarà come prima e c’è da crederci.  Ma non diamo per scontato che possano emergere solo soluzioni intelligenti, eque e sostenibili, perché il vecchio e l’inerzia del passato sono sempre in agguato.  Quindi anche ora servono idee innovative, impegno e confronto pubblico per le scelte del nostro Paese.

Anna Donati

Ho scritto molto sull’importanza di sviluppare, oltre alla conoscenza, una consapevolezza che ci possa guidare nella direzione giusta nello strutturare giorno dopo giorno la nostra vita e la nostra salute.

Tuttavia mi rendo conto che questo meccanismo, chiamiamolo virtuoso, non può innescarsi soltanto perché c’è qualcuno che ci invita a farlo per il nostro bene, né è possibile acquisire gli strumenti necessari, magari attraverso corsi, seminari, ecc., se prima non scatta qualcosa di importante dentro di noi.

Senza il famoso “click interiore” non può accadere nulla, o se accade è soltanto qualcosa di temporaneo, un’illusione, non il “cambiamento” autentico che ti mette su quel cammino dal quale non è possibile tornare indietro: il cammino che ti porta a ritrovare il tuo “es” e ad essere libero.

Questi giorni, stando a contatto con il pubblico per via del mio lavoro in farmacia, sto assistendo a qualcosa che stimola ancora di più le mie riflessioni, la mia ricerca interiore, le tante domande che mi pongo quando osservo certi comportamenti, primo tra tutti il mio.

La prima fortissima sensazione è senza alcun dubbio quella associata alla paura.

In realtà la paura la percepisco sempre in ogni momento, ma ora è ancora più evidente perché le paure di ogni singolo individuo si sommano dando vita ad una paura collettiva che diventa qualcosa di indefinito e che si trasforma in angoscia. La paura in questi giorni è senz’ altro la protagonista assoluta.

Le persone sono in cerca, e capisco benissimo, al di là del disinfettante per le mani, delle mascherine, e di sistemi di difesa a cui aggrapparsi, di quel qualcosa che possa sollevarle dalla morsa della paura.

Il coronavirus produce un’infezione respiratoria che, proprio per la paura diffusa che genera, prima ancora di contagiarti genera una sorta di mancanza d’aria.

Quando la paura diventa cronica, avvengono nel corpo, e prima nella mente, delle modificazioni biochimiche per cui il respiro diventa corto, le cellule (tutte!) non ricevono più il giusto apporto di ossigeno e sostanze nutritive, il cuore comincia a battere con maggiore frequenza, ti senti  letteralmente “soffocare”, inevitabilmente cominci a visualizzare sale di rianimazione e intubamenti vari.

I pensieri di preoccupazione diventano così incalzanti  che ti si annebbia  la mente e cominci a perdere la lucidità, tutto il corpo si irrigidisce, ogni muscolo resta in tensione in modo cronico, con tutte le relative conseguenze.

La confusione dentro di te è tale per cui non riesci a capire, a ri-connetterti con il “dentro di te” e a “sentire” qual è la giusta direzione da seguire in quel momento. Insomma prima resti totalmente in balia del te stesso impaurito, e poi degli altri, cioè è avvenuta la trasformazione in “automa“, segui il flusso….ma non il tuo, quello del Noi.

A questo punto però, se si riescono a prendere le distanze (e non mi riferisco al metro di distanza obbligatorio da mantenere per evitare il contagio!), cioè si rimane ad un livello (mentale!) soltanto di osservazione distaccata si riesce ad acquisire una prospettiva diversa, una lucidità e quindi una centratura che ci protegge dall’essere travolti dal flusso esterno spaventoso e devastante.

A me aiuta tantissimo la respirazione che mi permette di innescare facilmente il passaggio dal fuori al dentro di me….e posso farlo in qualsiasi momento, purché abbia la “consapevolezza” del mio essere “fuori” e la motivazione per “rientrare”.

In questo modo posso sicuramente essere più efficace nello svolgere il mio lavoro che punta sull’interazione empatica, sull’ascolto, sull’informazione, sul facilitare il famoso click interiore, senza trascurare tuttavia l’aspetto più tradizionale della mia professione.

L’osservazione, come dicevo, parte prima di tutto da me stessa.

Gli effetti del corona virus sono evidenti. Della paura ho parlato. C’è desiderio di certezze, di essere rassicurati, di avere buone possibilità di uscire indenni da questa nuova minaccia.

Siamo sicuri che sia possibile ?

Penso ormai di aver acquisito il concetto che l’unica certezza che ho è quella dell’incertezza.

Riuscire a riconoscere l’incertezza come tua amica, come potenziale da cui poter trarre tutto ciò che di meglio esiste, non è il risultato di un atteggiamento delirante o isterico, ma di anni di ricerca interiore, di confronto, di osservazione, di allenamento, di periodi di confusione (come questo!!), di domande (senza risposta!) su chi sono veramente, dove vado, sul senso di questa esperienza terrena, di sofferenza, di ego, di tentativi tuttora in corso di demolizione dell’ego….e tante altre cose ancora.

Come faccio ad esserne così “sicura”? Sicura che l’unica certezza sia l’incertezza ? E… riuscire a rimanere serena ?

L’unica risposta autentica che posso dare è: sono sicura perché “sento” che è così.

L’obiezione razionale che viene spontanea è che già affermando di essere ” sicura” sto contraddicendomi….

Come faccio ad essere sicura se la sicurezza e’ nell’insicurezza ?

Certo… ma questo è un approccio lontano dal “sentire ” che intendo….

E quel “sentire” non è possibile tradurlo in parole. C’è e basta. Mi “affido” alla sensazione che mi suscita.

Una sensazione di quiete, pace, di comodità, ma non solo dal punto di vista emozionale, mentale, anche fisico, perché il cuore mantiene un giusto ritmo, ogni muscolo del corpo è rilassato, l’energia aumenta.

Magari poter stare continuamente in questo “stato”…!!!

A volte però, perdo “l’attenzione”, e  scivolo di nuovo nel fuori di me, e subisco l’effetto “frullatore“:  il coronavirus ci sterminerà, ma no, non è così letale, è tutta una bufala per renderci schiavi, no è letale, uccide anche i giovani, è come l’influenza ma molto più contagioso, non è come la semplice influenza e’ molto peggio, il virus sta diventando più aggressivo, coronavirus come “cavallo di Troia”, se rispetti le regole salvi te stesso e tutta la comunità, la vitamina C ti salva dal virus, guarda che ogni minuto il tuo organismo combatte con un virus, un batterio, un oncogeno, sii rispettoso del tuo sistema corpo/mente, ma ogni momento della tua vita, non soltanto ora che hai paura di perderla, il coronavirus galleggia nell’aria fino a 20/30 minuti, complotto da coronavirus, morti in quantità, si sono inventati sia il numero dei contagiati sia i tanti morti, costretti in casa a fare i conti con se stessi, con i figli, con il partner, meglio piuttosto  esporsi al contagio e ai corrispondenti rischi, le case si trasformano in prigioni, ma per alcuni diventa un’occasione di ri-acquisizione  del proprio “tempo”, della possibilità di dedicarsi a tutto ciò a cui avevi rinunciato per mancanza di quel tempo, anche cose banali, ma che facilitano la connessione con te stesso, no,  questo è un sequestro di 60 milioni di italiani, i medici intervistati sulla devastante situazione non sono medici sono attori ingaggiati per ingannarti, denunciamo per procurato allarme, andiamo tutti a Bergamo a protestare, questa situazione surreale ci fa sviluppare nuove connessioni neuronali,  …. potrei continuare all’infinito.

Se riusciamo ad osservare con distacco, in assenza di giudizio, la nostra reazione psicofisica  (paura, incredulità, ansia, dubbio, panico, tachicardia, tensione muscolare, pace, serenità …) nel leggere le frasi precedenti, che sicuramente sono arrivate a ciascuno di noi in questi giorni da ogni dove, ecco, io credo che questo possa aiutare nel cammino della consapevolezza, a cercare e trovare nel profondo di noi stessi non tanto una verità, perché la verità non esiste in assoluto, ma quel “sentire” di cui parlavo precedentemente, quel qualcosa che, miracolosamente, spegne tutti  i rumori esterni, tutto il chiacchierio esterno, che poi è la proiezione del tuo chiacchierio interno, e finalmente raggiungi quel “luogo ” silenzioso, dove c’è TUTTO perché non c’è NIENTE.

Alla fine raggiungi quella consapevolezza che nel “frullatore”, se permetti, posso pure decidere di non entrare, di restare in osservazione mantenendo il più possibile la lucidità, cercando di mantenere sempre una visione d’insieme, una visione da ogni possibile angolazione, una visione sempre laterale, comportandomi di conseguenza.

Coronavirus o no continuo ad onorare questa vita che mi è stata concessa, con gratitudine, “fidandomi” delle mie intuizioni, che non è detto siano giuste, ma va bene lo stesso, seguendo il flusso, ma quello “cosmico” , il cosmo (macro!) di cui io rappresento una piccolissima parte (micro!), cercando e riuscendo a trarre il meglio da ogni situazione.

Attualmente siamo facilitati, vediamola così, abbiamo tutto il tempo (mica è così scontato!) per starcene in silenzio, anche chi abita in città può godere del silenzio esterno, si ri-sente soltanto il canto degli uccellini, la presenza della natura, fondamentale per il nostro equilibrio psicofisico, ora si percepisce pure in città.

Vista così, almeno questo, “sembra” un effetto positivo.

Lo è, chi può negarlo….?

Da spettatori appassionati del Ciclismo professionistico, aspettavamo tutti le classiche di primavera e l’entrata in scena dei campioni. A partire da queste competizioni, ogni anno milioni di persone si apprestavano a passare moltissime ore davanti alla tv (o anche sugli smartphone) a guardare le imprese di questi eroi moderni sullo sfondo di paesaggi magnifici e di montagne mitiche.

Con l’annullamento delle classiche italiane si è verificato qualche cosa di inaspettato che va oltre il dispiacere per la rinuncia ad uno spettacolo atteso e desiderato.

Questo evento improvviso e carico di conseguenze, non riguarda solo la salute e l’economia, ma investe profondamente tutti noi, le nostre abitudini, le nostre azioni, il nostro modo di pensare, il nostro modo di relazionarci e, nella sostanza, la nostra cultura e i valori su cui si fonda.

Niente sarà come prima. Superata questa fase di emergenza è improbabile che si ristabilisca l’ordine precedente perchè quell’ordine perduto era il frutto di un pensiero condiviso, non ha importanza se voluto o imposto.

Il Corona virus sta agendo profondamente più su questo “pensiero condiviso” che sui corpi fisici degli ammalati, dei contagiati e degli impauriti. Ma anche degli scettici e dei pragmatici, perchè gli effetti di ciò che sta provocando non sono opinabili.

Il virus sta mettendo in discussione tutto ciò che era considerato immutabile.

La stessa passione per il Ciclismo agonistico, per la pratica del ciclismo amatoriale e il semplice piacere di andare in bicicletta subirà una profonda mutazione.

Il Ciclismo, in quanto disciplina sportiva, è qualche cosa di unico per il fatto di coinvolgere territori estesi, di essere praticato all’aperto, in tutte le condizioni climatiche e metereologiche, di coinvolgere milioni di spettatori (non paganti) ai bordi delle strade, di essere basato sulla competizione tra individui che, però, viaggiano in gruppo per la maggior parte del tempo e condividono la stessa fatica e le stesse poche regole.

Se il Ciclismo dei campioni è “lo spettacolo”, le manifestazioni amatoriali sono fenomeni di massa che alimentano un mercato enorme, non limitato al settore delle bici e dell’abbigliamento sportivo, poichè generano effetti rilevanti anche sul turismo, sull’alimentazione e sulla salute.

Il Ciclismo, nelle sue svariate articolazioni, nasce alla fine dell’ottocento ed interpreta più di ogni altra disciplina il “mito futurista del movimento” anche se, di questo mito, per via del rumore dei motori a scoppio, si sono fatte portavoce e paladine le discipline motoristiche.

Tutto il XX secolo è stato caratterizzato dal mito della velocità e dai suoi effetti sugli spostamenti di massa. La Cultura occidentale ha imposto questo modello a tutto il mondo costringendoci a pensare, sin poco dopo la nascita, che la nostra vita sarebbe stata inevitabilmente caratterizza da continui spostamenti nello spazio.

L’umanità, prima del Corona virus, passava gran parte della propria esistenza in movimento: per andare al lavoro, per andare a scuola, per andare in vacanza, per alimentarsi, per divertirsi, per conoscere il mondo… e per fare questo sono state create infrastrutture per consentire questo movimento, secondo ritualità e tempi dettati da interessi collettivi (pensate alla follia degli esodi per le vacanze).

Il Corona virus ha imposto un cambio di paradigma: bisogna stare fermi e distanti gli uni dagli altri. Una cosa apparentemente banale ma che sta producendo degli effetti inimmaginabili.

Come si fa a stare fermi in un mondo che è sempre stato in movimento ? Un mondo basato sull’accelerazione e sulla crescita ? Un mondo H24 dove non tramonta mai il sole ?

Come si fa a rimanere distanti dagli altri se tutto il mondo è stato pensato per le masse ? Il cui sviluppo è fondato sulla concentrazione delle risorse di qualsiasi natura (anche quelle umane) ?

Si fa. Lo hanno fatto in Cina con strumenti coercitivi, lo stiamo iniziando a fare anche in Italia, in Europa e nel reto del mondo utilizzando l’altro virus oggi in voga, quello della paura.

Cosa cambierà nel Ciclismo professionistico ? Non si può sapere. Al momento non si corre aspettando che tutto torni come prima.

Stessa cosa sta accadendo nel Ciclismo amatoriale. Tutti gli eventi in calendario sono stati cancellati e rinviati a data da destinarsi.

Cosa faranno i milioni di ciclisti praticanti privati di queste certezze ?

In attesa e nella speranza che “passi ‘a nuttata” cosa si inventeranno ?

Personalmente ritengo che questo momento di stop possa essere una occasione di riflessione importante per immaginare quello che inevitabilmente sarà un cambiamento epocale.

In questi ultimi anni, parallelamente allo sviluppo del ciclismo competitivo professionistico e della sua copia amatoriale, si sta affermando un nuovo approccio, apparentemente meno eroico, ma sicuramente affascinante e numericamente più rilevante, e dalle grandi potenzialità: il cicloturismo.

Un ciclismo che si pratica individualmente o in piccoli gruppi, che non ha bisogno di organizzazioni megagalattiche, che si può praticare in qualsiasi periodo dell’anno, che non comporta la chiusura di strade e il coinvolgimento massivo della protezione civile e delle forze dell’ordine, che non sporca le strade e che distribuisce ricchezza anche nei territori marginali.

Chi pratica il cicloturismo sulle brevi o sulle lunghe distanze, si muove liberamente, non è vincolato da regole competitive, non deve mettersi in griglia, può partire e arrivare quando vuole, può fermarsi dove vuole, può scegliere la compagnia, può interagire con le comunità che incontra.

Il cicloturista è quello che risentirà meno di questa situazione di cambiamento nel mondo del Ciclismo e che potrà fornire un contributo per individuare una nuova strada per continuare a pedalare verso un mondo che potrebbe essere migliore di quello che siamo costretti a lasciare.

 

Esiste una relazione, una unione inestricabile tra corpo e anima (mente), che si esplicita attraverso un legame biochimico. 
Le emozioni che ne scaturiscono hanno un ruolo fondamentale nella salute e nella malattia.
Ciò propone una nuova visione dell’organismo umano come rete di comunicazione, dalla quale deriva una nuova definizione di salute e malattia, tale da conferire agli individui una nuova responsabilità e un maggior controllo sulla propria salute, quindi sulla propria vita e sul proprio destino. Questo il nuovo paradigma.

Di tutto questo, possiamo esserne testimoni ogni momento, se soltanto fossimo più attenti e non lo dessimo per scontato.

Chi tra noi non ha provato uno stato di malessere (mal di stomaco, accelerazione del battito cardiaco, ecc) conseguente  ad esempio ad un litigio?  Una reazione, cioè, che si manifesta a livello del corpo fisico conseguente ad una emozione causata da uno stimolo esterno, in questo caso negativo. Allo stesso modo come dimenticare l’emozione e la sensazione di “farfalle nello stomaco ” o di “tuffo al cuore” causato dalla sola visione del/la nostro/a innamorato/a?  

Nella nostra cultura, la scienza e quindi la medicina (occidentale, allopatica) ha cercato sempre di negare l’importanza dei fattori psicosomatici (psiche=anima, soma= corpo), in quanto fenomeni non tangibili, impalpabili, così come il loro ruolo nella malattia. 
In realtà, tutte le malattie, anche quando non hanno una base psicosomatica, presentano comunque una componente psicosomatica ben precisa.

Sono le emozioni ad unire la mente (l’anima…) al corpo e sono state individuate quelle molecole corrispondenti alle emozioni, che sono strettamente connesse alla fisiologia del nostro corpo. 

Avviene così, quindi, il passaggio dalla visione meccanicistica, riduzionista dell’individuo (il corpo è una macchina, risultante dall’assemblaggio di pezzi tra loro separati, non connessi e indipendenti dalla mente, in cui le emozioni  non hanno alcun ruolo o legame con il corpo), alla visione olistica dell’individuo, come un sistema integrato di mente (anima…) che attraverso le emozioni è collegato al corpo fisico.

Questo sistema di comunicazione è una dimostrazione dell’intelligenza dell’unità mente/corpo, un’intelligenza talmente sviluppata ed evoluta da ricercare costantemente il benessere e tale da poter garantire potenzialmente la salute e l’assenza di malattia.

Come già detto, la scienza non ammette l’esistenza di ciò che non è possibile misurare. Essendo considerate entità, anzi ” non entità “, la mente, le emozioni, l’anima non sono mai state prese in considerazione in riferimento alla salute e alla malattia. 

La vera svolta in questo senso è avvenuta con la scoperta scientifica di quello che un tempo era considerata una “non entità ” e cioè l’esistenza del recettore. Quella molecola grazie alla quale, tra l’altro,  possiamo dimostrare il funzionamento dei farmaci.

I RECETTORI

I recettori sono molecole distribuite in lungo e largo nel nostro corpo, cervello compreso,  che, attivate da specifici leganti,  danno il via ad una serie di attività che, su una scala più globale, si traducono in vistose modificazioni nel comportamento, nell’umore, nell’equilibrio dei nostri organi. Rappresentano le basi molecolari delle emozioni.

L’esempio è quello del recettore per le endorfine (droga endogena), quelle sostanze prodotte dal nostro organismo, per esempio durante l’attività fisica o l’attività sessuale, collegate alla sensazione di piacere sia fisico che mentale. Lo stesso recettore al quale si legano le droghe esogene, sintetiche  (morfina, eroina..) producendo le stesse sensazioni di piacere, ma contemporaneamente devastanti per l’organismo, come tutti sappiamo. 

L’emozione è l’equivalente della droga, infatti entrambi sono leganti che si fissano sui recettori dell’organismo.

Il ricordo e il rendimento della memoria sono influenzati dal nostro stato d’animo. Quando siamo di ottimo umore tendiamo a ricordare meglio le esperienze emozionali positive e quelle negative quando siamo di cattivo umore. Questo spiega il comportamento più altruistico e gentile nei confronti del prossimo quando siamo di buon umore, così come tendiamo a ferire il prossimo quando siamo di cattivo umore. 

Il legante quindi è portatore di un messaggio, che trasmesso all’interno della cellula ne modifica lo stato. Ciò si svolge simultaneamente in tutte le parti del corpo e del cervello in modo coerente e armonioso rendendo possibile la vita dell’organismo in salute. 

L’approccio olistico alla salute si basa proprio su questo concetto di visione d’insieme del sistema mente(emozioni)/ corpo, sistema altamente intelligente: 
capire come le emozioni agiscono sul nostro corpo, quale ruolo hanno sul piano della salute; 
scoprire come attingere a quell’intelligenza che lega e coordina le emozioni al corpo, attingere quindi ai meccanismi naturali di autoguarigione e rigenerativi, lasciandola lavorare senza intervenire; 
scoprire il modo per favorire la produzione di “droga” endogena, di attivare quelle vie già presenti nel nostro organismo, che possono facilitare il percorso di benessere fisico e mentale, di facilitare esperienze di piacere intenso, estatiche, correlate alla capacità intrinseca di espansione della coscienza. 

Ogni ciclista “consapevole “, che conosce il proprio sistema mente/corpo ed è in modalità “mindfulness”, cioè attento a se stesso, sperimenta questo tipo di esperienza durante e dopo i suoi viaggi in bicicletta. (leggi il nostro libro “la felicità in bicicletta“). Si, perché questo meccanismo non produce soltanto effetti immediati, ma effetti che durano nel tempo e che contribuiscono giorno dopo giorno a strutturare positivamente la propria salute. 

Ogni volta che proviamo un’emozione, proviamo a non subirla automaticamente, restiamo presenti a noi stessi, restiamo in ascolto consapevole e non giudicante, osservando ciò che quella emozione sta provocando a livello di ciascuna cellula del nostro organismo. Inizia così, con un piccolissimo passo, il cammino verso la ri-acquisizione della centralità rispetto alla nostra salute.

È così che possiamo intervenire consapevolmente e responsabilmente sul processo dinamico della salute, correggendo eventuali deviazioni che ci stanno allontanando da quell’equilibrio che corrisponde alla salute.

Perché se arrabbiarmi mi fa star male e ne sono consapevole, quando mi si ripresenterà quel tipo di esperienza, posso scegliere di allontanarmi da quell’emozione negativa, perché so che altrimenti avrà inevitabili conseguenze, anch’esse negative, sul piano della salute.