Da spettatori appassionati del Ciclismo professionistico, aspettavamo tutti le classiche di primavera e l’entrata in scena dei campioni. A partire da queste competizioni, ogni anno milioni di persone si apprestavano a passare moltissime ore davanti alla tv (o anche sugli smartphone) a guardare le imprese di questi eroi moderni sullo sfondo di paesaggi magnifici e di montagne mitiche.

Con l’annullamento delle classiche italiane si è verificato qualche cosa di inaspettato che va oltre il dispiacere per la rinuncia ad uno spettacolo atteso e desiderato.

Questo evento improvviso e carico di conseguenze, non riguarda solo la salute e l’economia, ma investe profondamente tutti noi, le nostre abitudini, le nostre azioni, il nostro modo di pensare, il nostro modo di relazionarci e, nella sostanza, la nostra cultura e i valori su cui si fonda.

Niente sarà come prima. Superata questa fase di emergenza è improbabile che si ristabilisca l’ordine precedente perchè quell’ordine perduto era il frutto di un pensiero condiviso, non ha importanza se voluto o imposto.

Il Corona virus sta agendo profondamente più su questo “pensiero condiviso” che sui corpi fisici degli ammalati, dei contagiati e degli impauriti. Ma anche degli scettici e dei pragmatici, perchè gli effetti di ciò che sta provocando non sono opinabili.

Il virus sta mettendo in discussione tutto ciò che era considerato immutabile.

La stessa passione per il Ciclismo agonistico, per la pratica del ciclismo amatoriale e il semplice piacere di andare in bicicletta subirà una profonda mutazione.

Il Ciclismo, in quanto disciplina sportiva, è qualche cosa di unico per il fatto di coinvolgere territori estesi, di essere praticato all’aperto, in tutte le condizioni climatiche e metereologiche, di coinvolgere milioni di spettatori (non paganti) ai bordi delle strade, di essere basato sulla competizione tra individui che, però, viaggiano in gruppo per la maggior parte del tempo e condividono la stessa fatica e le stesse poche regole.

Se il Ciclismo dei campioni è “lo spettacolo”, le manifestazioni amatoriali sono fenomeni di massa che alimentano un mercato enorme, non limitato al settore delle bici e dell’abbigliamento sportivo, poichè generano effetti rilevanti anche sul turismo, sull’alimentazione e sulla salute.

Il Ciclismo, nelle sue svariate articolazioni, nasce alla fine dell’ottocento ed interpreta più di ogni altra disciplina il “mito futurista del movimento” anche se, di questo mito, per via del rumore dei motori a scoppio, si sono fatte portavoce e paladine le discipline motoristiche.

Tutto il XX secolo è stato caratterizzato dal mito della velocità e dai suoi effetti sugli spostamenti di massa. La Cultura occidentale ha imposto questo modello a tutto il mondo costringendoci a pensare, sin poco dopo la nascita, che la nostra vita sarebbe stata inevitabilmente caratterizza da continui spostamenti nello spazio.

L’umanità, prima del Corona virus, passava gran parte della propria esistenza in movimento: per andare al lavoro, per andare a scuola, per andare in vacanza, per alimentarsi, per divertirsi, per conoscere il mondo… e per fare questo sono state create infrastrutture per consentire questo movimento, secondo ritualità e tempi dettati da interessi collettivi (pensate alla follia degli esodi per le vacanze).

Il Corona virus ha imposto un cambio di paradigma: bisogna stare fermi e distanti gli uni dagli altri. Una cosa apparentemente banale ma che sta producendo degli effetti inimmaginabili.

Come si fa a stare fermi in un mondo che è sempre stato in movimento ? Un mondo basato sull’accelerazione e sulla crescita ? Un mondo H24 dove non tramonta mai il sole ?

Come si fa a rimanere distanti dagli altri se tutto il mondo è stato pensato per le masse ? Il cui sviluppo è fondato sulla concentrazione delle risorse di qualsiasi natura (anche quelle umane) ?

Si fa. Lo hanno fatto in Cina con strumenti coercitivi, lo stiamo iniziando a fare anche in Italia, in Europa e nel reto del mondo utilizzando l’altro virus oggi in voga, quello della paura.

Cosa cambierà nel Ciclismo professionistico ? Non si può sapere. Al momento non si corre aspettando che tutto torni come prima.

Stessa cosa sta accadendo nel Ciclismo amatoriale. Tutti gli eventi in calendario sono stati cancellati e rinviati a data da destinarsi.

Cosa faranno i milioni di ciclisti praticanti privati di queste certezze ?

In attesa e nella speranza che “passi ‘a nuttata” cosa si inventeranno ?

Personalmente ritengo che questo momento di stop possa essere una occasione di riflessione importante per immaginare quello che inevitabilmente sarà un cambiamento epocale.

In questi ultimi anni, parallelamente allo sviluppo del ciclismo competitivo professionistico e della sua copia amatoriale, si sta affermando un nuovo approccio, apparentemente meno eroico, ma sicuramente affascinante e numericamente più rilevante, e dalle grandi potenzialità: il cicloturismo.

Un ciclismo che si pratica individualmente o in piccoli gruppi, che non ha bisogno di organizzazioni megagalattiche, che si può praticare in qualsiasi periodo dell’anno, che non comporta la chiusura di strade e il coinvolgimento massivo della protezione civile e delle forze dell’ordine, che non sporca le strade e che distribuisce ricchezza anche nei territori marginali.

Chi pratica il cicloturismo sulle brevi o sulle lunghe distanze, si muove liberamente, non è vincolato da regole competitive, non deve mettersi in griglia, può partire e arrivare quando vuole, può fermarsi dove vuole, può scegliere la compagnia, può interagire con le comunità che incontra.

Il cicloturista è quello che risentirà meno di questa situazione di cambiamento nel mondo del Ciclismo e che potrà fornire un contributo per individuare una nuova strada per continuare a pedalare verso un mondo che potrebbe essere migliore di quello che siamo costretti a lasciare.

 

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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