La retta, secondo la geometria euclidea, è il traggitto più breve per collegare due punti. Un mondo pensato ed organizzato in base ai principi euclidei è costituito da linee rette. In natura, però, la retta è molto rara. Stranamente questa semplice osservazione non cambia la percezione che abbiamo del mondo. Si può dire che sia stato l’uomo ad inventare la retta. I Romani portarono all’estremo questo concetto riducendo la realtà secondo linee rette intersecate. Non sempre sono riusciti in questo intento non avendo tecnologie per bucare le montagne ma solo quelle per realizzare ponti (mirabili gli acquedotti, più che le strade).
Solo recentemente, grazie alle tecnologie moderne, la linea retta ha ritrovato grande applicazione nella costruzione di autostrade, ferrovie e, purtoppo, anche piste ciclabili.
La modernità è velocità, contrazione dello spazio e del tempo, in una visione che resta pur sempre ancorata ai principi euclidei.
La “retta via” ampiamente promossa a livello fisico, è stata introdotta anche nel pensiero filosofico e nel pensiero comune, rappresentando il bene, contrapposto al male. Seguire la “retta via” è un dovere per tutti gli individui massificati ed indistinti, mentre non seguirla è prerogativa degli individui indipendenti, marginali, pericolosi, che costituiscono una minaccia per il bene comune.
Questo concetto ci è stato insegnato appena nati ed è diventato pervasivo. Le conseguenze sono molteplici e devastanti in quanto sono il fondamento di organizzazioni sociali autoreferenziali e opprimenti.

Quando si progetta il percorso di una randonnée molto spesso si fa riferimento a questi assunti. La randonnée non esiste in natura, è un artificio pensato e creato dagli uomini per dare un senso ad attività come il viaggiare.

Muoversi è una espressione libera dell’individuo. Se siamo in salute possiamo muoverci come e quando vogliamo. Per dare un senso al movimento, che non necessariamente deve avere un senso, lo abbiamo codificato e finalizzato ad un qualche scopo.

Nel caso delle randonnée qualcuno ha stabilito delle regole semplici che tutti devono applicare e rispettare: percorrere una certa distanza entro e non oltre un certo tempo, certificando il proprio passaggio in alcuni punti del percorso.

Le regole, lo sappiamo, sono utili e necessarie per uniformare i comportamenti riducendoli a fattore comune. Da ciò ne deriva che chi si adegua e rispetta queste regole può essere classificato come appartenente ad una categoria specifica. Al contrario, chi non le rispetta, semplicemente non vi appartiene.

L’appartenenza ad una o più categorie è prerogativa della moderna organizzazione sociale. Sin da bambini siamo costretti a scegliere se essere juventini o interisti, ad identificarci o meno con i campioni dello sport, aderire ad una formazione politica oppure seguire una ideologia o una moda. Come recitava Carmelo Bene: “il mondo si divide in due categorie. Ci sono i cretini che hanno visto la Madonna e i cretini che non hanno visto la Madonna”.

Tornando al mondo delle randonnée, ci sono i randonneur e gli organizzatori di randonnée. I primi sono dei ciclisti che cercano di dare un senso alle loro pedalate partecipando ad eventi organizzati da altri, mentre i secondi applicano le regole condivise per dare un senso alle attività dei primi individuando percorsi che consentano a questi di percorrerli nei tempi stabiliti, predisponendo controlli e servizi utili allo scopo.

Questa è la “retta via” per organizzare randonnée su vie rette.

Ma le curve, molto spesso, sono più seducenti ed attrattive rispetto alle linee rette.

Per organizzare eventi seducenti bisogna abbandonare le linee rette e cominciare ad inseguire le curve. Queste caratterizzano la maggior parte delle strade che abbiamo ereditato dai nostri antenati: strade che accarezzano la natura piuttosto che penetrarla brutalmente. Sono le strade che collegano centri abitati che conservano tesori materiali e immateriali e che vale la pena attraversare e conoscere.

Una randonnée seducente ha caratteristiche tali da rendere il viaggio una continua scoperta fino a far diventare indesiderabile la sua conclusione.

In realtà una randonnèe organizzata secondo questa logica dovrebbe spingere il randonneur ad abbandonare la retta via e a lasciarsi sedurre da ciò che incontra lungo il percorso, rinunciando alle regole strumentali della randonnée.
Rompere le righe per riacquistare la libertà.

Lo scorso anno in occasione della 999 Miglia, alcuni partecipanti hanno rotto le righe (leggi i racconti dei protagonisti). Vuoi per il caldo, vuoi per la durezza del percorso, non riuscendo a rispettare le regole della randonnée, hanno scelto di proseguire il viaggio per conto loro, rinunciando ai servizi e all’organizzazione, arrivando ampiamente fuori tempo massimo. Una scelta felice che gli ha consentito di compiere l’impresa a modo loro, potendosi godere il paesaggio, i luoghi, le persone, la cucina, gli odori… senza rimpianti per non essere riusciti nell’altra impresa, quella di concludere il viaggio entro i tempi stabiliti da altri, per altri fini.

Questo non significa che chi ce l’ha fatta a completare il percorso secondo le regole non abbia potuto apprezzare le stesse cose di chi ha rotto le righe e che sia più giusta l’una o l’altra modalità.

Io credo che le motivazioni di ciascuno possano essere diverse e che, proprio per questo, siano da rispettare. Con questo non voglio a tutti i costi uscire dal coro ma semplicemente affermare che una randonnée, così come qualsiasi altra attività umana, è un “gioco” e per essere tale ha bisogno di regole, ma che queste regole sono arbitrarie e quindi modificabili a piacimento, basta solo dichiararlo esplicitamente, prima di tutto a se stessi e, quindi, non barare.

Anche le randonnée saranno soggette alle leggi del mercato e potranno avere maggiore o minore successo di pubblico in base alle loro caratteristiche e alla capacità di descriverle e promuoverle da parte degli organizzatori.

Ci saranno la randonnée basate sulle vie rette affinchè i randonneur le concludano nei tempi più brevi possibili e le randonnée basate sulle curve che saranno scelte da quei randonneur che non hanno paura di perdersi e scelgono di farlo alla ricerca di qualche cosa, oltre le regole e oltre i confini.

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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4 commenti
  1. Giuseppe Leone
    Giuseppe Leone dice:

    Grazie per il complimento e, soprattutto, per l’amicizia.
    Il problema, per ciò che riguarda le randonnées, è comunque il tempo.
    Nell’elaborazione dei percorsi, da parte degli organizzatori, bisogna contemperare la doppia esigenza:
    1 – rendere il percorso più bello, utilizzando dell’attraversamento di centri storici, soprattutto di piccoli paesi, che offrono spesso del valore aggiunto;
    2 – evitare di rallentare troppo la marcia dei randonneurs con un utilizzo esagerato di queste varianti.
    Questi percorsi, però, potrebbero essere utilizzati, penso con grande successo, in veste cicloturistica.

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    • Valter Ballarini
      Valter Ballarini dice:

      Si, è proprio questo il senso della mia proposta. Infatti credo che tutto il lavoro che fanno gli organizzatori per mettere in pista una randonnée possa servire per andare oltre l’evento sportivo e valorizzare il percorso rendendolo “permanente”, mettendolo a disposizione di cicloturisti che, liberamente, possano percorrerlo in qualsiasi periodo dell’anno. Le raccomandazioni riguardano la progettazione del percorso per renderlo più interessante e, quindi, attrattivo. La scelta delle strade suggerite per la randonnée dovrebbe tener conto di molti più fattori tra cui, oltre alla sicurezza, metterei anche la bellezza e il “genius loci”.

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  2. Giuseppe Leone
    Giuseppe Leone dice:

    Caro Valter,
    tu sai quanto ti apprezi per il tuo modo d’interpretare il ciclismo un po’ fuori dalle righe, cosa che, almeno in parte ci accomuna.
    Questa tua analisi sulle rette e le curve mi è piaciuta parecchio e anche la teoria delle randonnées curve si presenta interessante.
    Io, però, penso che le regole debbano rimanere regole.
    Si, ciò che è successo alla 999 è interessante, ma le randonnées devono restare randonnées. Poi esiste il cicloturismo che, per scelta dei singoli, può essere fatto anche e proprio sui percorsi delle randonnées che, se scelti con oculatezza e utilizzando strade a basso impatto ambientale e utilizzando l’espediente dell’attraversamento dei centri storici, permetterebbero di vedere un’altra Italia, spesso bellissima, con una tempistica scandita da ciascuno secondo le proprie esigenze di viaggio!
    Si potrebbe così aprire una nuova collaborazione fra mondo cicloturistico propriamente detto e mondo delle randonnées.
    Un abbraccio.

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    • Valter Ballarini
      Valter Ballarini dice:

      Grazie del commento Giuseppe. In questo modo mi consenti di precisare alcune cose che, forse, non emergono nel post. Concordo sul fatto che le randonnée debbano rispettare le regole del gioco, altrimenti non sarebbero randonnée, ma il mio è un invito a ripensarle non nei tempi e nell’organizzazione dei servizi ma come percorsi esperenziali. Avendo partecipato in passato a numerose granfondo ne ho tratto alcuni insegnamenti che ritengo utilissimi. Ad esempio i percorsi delle granfondo sono disegnati privilegiando (nel migliore dei casi) la sicurezza dei partecipanti e le caratteristiche altimetriche e prestazionali. Per questa ragione vengono evitati i centri storici e i centri urbani, in genere, troppo pericolosi. Nelle granfondo si procede a testa bassa alla massima velocità possibile per fare risultato. Tutto il resto resta sfumato in sottofondo. Nei grandi giri a tappe, invece, i centri storici vengono attraversati perchè le ingenti spese organizzative dell’evento vengono compensate dai contributi che i vari territori mettono a disposizione in cambio di alcune riprese dall’elicottero e dalla narrazione dei conduttori che le tante ore di diretta televisiva, prive di contenuti agonistici, favoriscono. Le randonnée non sono competitive come le granfondo ma sono comunque impegnative per chi le affronta. Il mio invito è rivolto agli organizzatori perchè colgano l’opportunità di generare anch’essi una narrazione diretta e indiretta attraverso una pianificazione dei propri eventi che tenga conto di molteplici fattori, molti dei quali, immateriali. Personalmente scelgo di partecipare a quelle randonnée che presentano caratteristiche più vicine alle mie aspettative. Percorrere tanti chilometri senza immagazzinare visioni, vivere sensazioni e provare emozioni, non mi interessa. Ma questo è il mio modo di vivere il ciclismo… condiviso da molti, ma non da tutti. Credo che tu sia uno dei molti. Anzi tu, Pino, sei uno… e unico nell’interpretare questo mondo. E’ per questo che è sempre un grande piacere pedalare insieme a te.

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