Ci sono molti modi per disegnare un percorso e generare un file gpx. Il metodo migliore e più preciso è naturalmente quello di registrare la traccia con il proprio ciclocomputer. Il file gpx così generato conterrà anche tutte le informazioni rilevate lungo il percorso (oltre all’altimetria anche la velocità, la media ecc.). Questo file viene letto come reale da qualsiasi visualizzatore che si può trovare sul Web (Openrunner, Strava, Bikemap ecc.).

Esiste però un altro modo, più semplice, di generare file gpx ed è quello di utilizzare direttamente le funzionalità messe a disposizione a tale scopo dai programmi di visualizzazione. A differenza dei files generati realmente, questi contengono solo informazioni relative al percorso, come distanza e altimetria, ma il tempo di percorrenza viene solo stimato in base ai parametri di chi lo genera (età, altezza, peso ecc.).

A che cosa servono questi file gpx generati a tavolino ?

Principalmente a due cose:

1 – verificare un percorso prima di farlo, misurando la distanza e il dislivello altimetrico

2 – generare un file gpx da caricare sul dispositivo (ciclocomputer o App) che vi guiderà lungo il percorso

Nel primo caso l’utilità sta nel prevedere cosa ci aspetta programmando la nostra esperienza di viaggio, nel secondo caso, la traccia ci aiuta a seguire il percorso che abbiamo programmato, senza perderci.

Sicuramente questa possibilità, che ci viene offerta gratuitamente da tutte le piattaforme in commercio, è utilissima e vale la pena perderci un po’ di tempo (pochissimo) per imparare ad usarla.

Dopo averle utilizzate e studiate molte, la mia preferita è STRAVA. E’ quella più semplice, è la più affidabile, è basata su una cartografia leggibile e dettagliata. Di seguito vi spiego come utilizzarla.

Per prima cosa è necessario iscriversi (gratuitamente) e generare un proprio profilo su STRAVA..

Ora che ti sei registrato, segui questi consigli per generare la tua prima traccia gpx con STRAVA. Accedi alla tua dashboard.

Clicca in alto a sinistra e ti comparirà una tendina con “i miei percorsi”. Cliccaci sopra.

Si apre una nuova finestra “I miei percorsi”. Clicca su “Crea nuovo percorso”.

Ora, in alto a sinistra, digita la località da dove vuoi iniziare il percorso. Nel caso dell’esempio “Assisi” in Umbria. Si apre la mappa con al centro Assisi.

Clicca in alto a sinistra sulla rotella e ti si aprirà la pagina con le preferenze. Puoi scegliere se usare la mappa o la visione satellitare e il sistema di misura delle distanze.

Fatto questo devi posizionare il cursore sul punto esatto dove vuoi iniziare il percorso. Ti consiglio di ingrandire la mappa cliccando in alto a sinistra su “+” fino ad ottenere una mappa abbastanza dettagliata.

Posiziona il cursore sul punto di partenza. Apparirà un pallino verde. Posiziona nuovamente il cursore su un altro punto lungo il percorso che intendi tracciare. Si genererà una prima traccia scura. Se, procedendo, posizionerai il cursore su un punto sbagliato, puoi cancellarlo cliccando in alto a sinistra su “annulla”. Non cliccare su “cancella” perchè quel pulsante cancella tutta la traccia e dovrai ricominciare dall’inizio.

Prosegui posizionando il cursore sui punti successivi del tuo percorso. Vedrai che il programma disegnerà automaticamente la tua traccia seguendo la strada sulla mappa. Fai attenzione a inserire i punti lungo le strade che vuoi percorrere tu perchè il programma potrebbe seguire altri tracciati in base ad altri parametri diversi dai tuoi. Controlla quindi la traccia mentre si genera prima di continuare. Nel caso clicca su “annulla” per eliminare l’ultimo tratto.

Arrivato alla fine del tuo percorso, devi salvarlo cliccando su “salva” in alto a destra.

Puoi anche attivare il “dislivello” per vedere l’andamento altimetrico della tua traccia. Appena avrai cliccato su “salva” ti apparirà questa scheda con dei campi da riempire.

Devi dare un nome al tuo percorso. Puoi aggiungere una descrizione che ti potrà servire in seguito quando avrai generato molti percorsi e sarà difficile ricordarli tutti. Fatto questo clicca su “salva”.

Ora che l’hai salvato, potrai visualizzare il tuo percorso.

A questo punto puoi scaricare la traccia gpx che hai generato. Il file avrà il nome che hai assegnato al percorso. Ora potrai caricarlo sul tuo dispositivo.

Se hai un Garmin puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-una-traccia-gpx-nel-tuo-garmin/

Se hai un Bryton puoi seguire le istruzioni presenti in questo post http://mybikeway.it/come-inserire-un-file-gpx-nel-tuo-bryton/

Ora puoi utilizzare la traccia che hai caricato sul tuo dispositivo per farti guidare lungo il percorso che hai generato.

Segui questo link per capire cosa è STRAVA

Segui questo link per iscriverti usando uno dei 3 metodi previsti.

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Convertire un file .FIT in un file .gpx http://mybikeway.it/convertire-un-file-fit-in-un-file-gpx/

Bryton come alternativa a Garmin ? http://mybikeway.it/bryton-come-alternativa-a-garmin/

In Europa ci sono dei percorsi, a piedi e in bicicletta, che hanno una grande fama e godono di un notevole successo di pubblico. Ciò che più concorre a renderli famosi è il fascino del racconto dell’esperienza di coloro che li hanno percorsi e il valore simbolico che li caratterizza.

Il pellegrinaggio verso i luoghi sacri delle varie religioni è stato uno dei motivi che ha mosso e ancora muove centinaia di migliaia di persone in tutti i continenti. Nel mondo occidentale, dopo la parentesi del secolo scorso, stanno riprendendo vita in modo particolare due dei grandi percorsi di pellegrinaggio della cristianità: il Cammino di Santiago e la Francigena.

Pur rappresentando un’attrazione di tipo spirituale per i credenti, entrambi i percorsi sono diventati dei prodotti turistici che, in molti casi, travalicano il significato religioso e attraggono una moltitudine di persone che trovano una motivazione, condivisa, per affrontare un viaggio che, si spera, possa avere caratteristiche diverse da una semplice vacanza.

Se per il Cammino di Santiago si può parlare di un vero boom a livello mondiale, lo stesso non si può dire per la Via Francigena che, nonostante sulla carta possegga un’attrattività maggiore per le mete che mette in comunicazione, non ha lo stesso successo.

Di seguito provo a dare delle possibili spiegazioni del fenomeno, descrivendo i due percorsi e le loro caratteristiche facendo riferimento alle fonti ufficiali linkate.

La Via Francigena sta ad indicare un insieme di vie che dall’Europa occidentale, in particolare dalla Francia (da dove origina il nome), conducevano nel Sud Europa fino a Roma (alla tomba dell’apostolo Pietro) e di qui proseguivano verso la Puglia, dove vi erano i porti d’imbarco per la Terrasanta, meta anch’essa dei pellegrini e dei crociati.

Il pellegrinaggio a Roma, nel medioevo, era una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela. L’Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d’Europa. Molti si fermavano a Roma, gli altri scendevano fino al porto di Brindisi e poi, da lì, si imbarcavano per la Terra Santa.

La prima descrizione del percorso fu fatta nel X secolo dal vescovo Sigerico, di ritorno a Canterbury dal pellegrinaggio fatto a Roma. Il documento di Sigerico rappresenta una delle testimonianze più importanti di questa rete medievale di vie di comunicazione, ma non esaurisce le molteplici alternative che concorrono a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi lungo il percorso.

Non si può parlare quindi di un’unica via Francigena (come lo si può fare per le vie consolari romane) ma di una rete di percorsi che collegavano l’Europa a Roma e alla Terra Santa.

La presenza di questi percorsi, attraversati da una grande quantità di persone provenienti da culture diverse tra loro, ha permesso un eccezionale sviluppo delle relazioni nell’Occidente Cristiano. Ancora oggi, anche se non sempre facilmente, sono rintracciabili sul territorio le memorie di questo passaggio che ha strutturato profondamente le forme insediative e le tradizioni dei luoghi attraversati. Un passaggio continuo che ha permesso alle diverse culture europee di comunicare e di venire in contatto, forgiando la base culturale, artistica, economica e politica dell’Europa moderna.

Il Cammino di Santiago di Compostela è l’insieme dei percorsi che i pellegrini nel medioevo utilizzavano, attraverso la Francia e la Spagna, per giungere al santuario di Santiago di Compostela, costruito nel IX secolo sulla tomba dell’Apostolo Giacomo (morto nel 44 d.c.) il cui culto è da sempre molto sentito in Europa poichè , secondo la tradizione popolare, sarebbe intervenuto prodigiosamente, in sella ad un cavallo bianco, come Matamoros (ammazza mori), a sostegno dell’esercito asturiano contro le truppe islamiche nella battaglia di Clavijo nell’844 d.c.

I Cammini di Santiago sono quindi molteplici e, come si vede nella mappa, convergono, da diverse zone dell’Europa, verso Roncisvalle, da dove parte l’ultima tratta che attraversa la Spagna settentrionale.

Da quando nel  1987 il Consiglio d’Europa ha riconosciuto l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa per giungere a Santiago de Compostela dichiarando la via di Santiago “itinerario culturale europeo” e finanziando tutte le iniziative per segnalare i vari percorsi, questi sono diventati un prodotto turistico che travalica la fede cristiana e coinvolge migliaia di turisti ogni anno.

LE DIFFERENZE

La Via Francigena, a differenza del Cammino di Santiago de Compostela, non è ancora un percorso attrezzato per i pellegrini e per i turisti a piedi e in bicicletta.

Il tracciato di entrambe è immaginario perchè, tranne in pochi tratti dove permangono testimonianze storiche, delle antiche strade e sentieri percorsi dai pellegrini nel medioevo non c’è più traccia.

In particolare, la Via Francigena, ha risentito nei secoli delle trasformazioni fisiche del territorio attraversato, e delle vicende politiche che, per vari motivi contingenti, hanno modificato e rimodificato i flussi.

Solo negli anni ’80 del secolo scorso è comparsa una segnaletica lungo il percorso francese del Cammino, e solo recentemente in Italia è stata realizzata, da organismi privati e da poche amministrazioni locali, una segnaletica permanente per la Francigena.

Però, il Cammino, nelle sue varie articolazioni e aggiunte, può contare ogni anno sulla presenza di circa 300.000 pellegrini, mentre la Francigena molto meno (secondo stime, in eccesso, non verificate 50.000).

Da cosa dipende ? Dal marketing (solo annunciato) e da alcuni fattori strutturali.

Un esempio eclatante è costituito dall’accesso a Roma. Più ci si avvicina alla capitale e più ci si perde. Esperienza completamente diversa è l’arrivo a Santiago de Compostela, la meta indiscussa del pellegrinaggio e del viaggio.

Altra lacuna la presenza diradata e poco organizzata di ostelli a basso prezzo. A questo si aggiunge la frammentazione degli interventi strutturali sui percorsi che risultano parziali ed episodici.

Sostanzialmente la Via Francigena si presenta ancora più come un’idea e un progetto che come una vera e propria infrastruttura organizzata.

Al momento è un limite ma potrebbe essere una risorsa se le varie comunità locali, che potrebbero avere dei vantaggi dalla presenza di questa infrastruttura nei propri territori, si organizzeranno per realizzare un disegno unitario (dal punto di vista dell’identità del prodotto), ricco di varianti (così come la storia ci insegna) che consentano ai pellegrini e ai turisti di arricchire la propria esperienza di viaggio e di scoperta del territorio.

Stiamo parlando dell’Italia e di una ricchezza di offerta che non ha uguali (anche in confronto con la Galizia), così che la via Francigena o, meglio, le vie Francigene, possano diventare l’esperienza del viaggio in Italia per milioni di turisti.

Si tratta di porre l’attenzione più sul viaggio che sulla meta e lavorare per creare una cultura dell’accoglienza per un turismo itinerante, non più di massa (dei torpedoni), ma degli individui che si spostano a piedi o in bicicletta. Turisti comunque numerosi ma più attenti alle esperienze autentiche, ai territori attraversati e alle comunità.

Link all’intervista a Pierpaolo Romio, fondatore del Tour Operator, Giro Libero che parla anche della Francigena e fa interessanti riflessioni su come è organizzato il mercato del cicloturismo in Italia.

Negli ultimi anni, con il crescere di una consapevolezza sui temi ambientali, ci siamo posti l’obiettivo di modificare la nostra mobilità urbana ed extraurbana auspicando una transizione rapida dai tradizionali mezzi mossi da carburante di origine fossile, molto inquinante, a quelli elettrici, considerati più efficienti e meno inquinanti.

Oltre all’inquinamento la nuova consapevolezza si rivolge anche ai temi legati alla salute e al benessere, così ci siamo accorti che, piuttosto che stare seduti incolonnati in auto, è molto più salutare camminare o pedalare per spostarci all’interno delle nostre città.

Cambiando abitudini e stili di vita si può migliorare molto il nostro stato di salute e contribuire a rendere più vivibili e meno inquinanti le nostre città.

Ma è sufficiente ? Credo proprio di no.

La domanda che dovremmo farci, infatti, non è solo: come ci muoviamo e con che mezzo ?, ma: perché ci muoviamo ? E’ una nostra necessità e libera scelta ? O siamo indotti a muoverci indipendentemente dalla nostra volontà ? E poi, tutto questo ha un senso ?

Gran parte degli spostamenti delle persone sono inutili e creano disagi di vario tipo (non sempre misurabili) e se non si rimuove la causa di tutto questo, servirà a poco cambiare mezzi di trasporto (più ecologici) e realizzare piste ciclabili, parcheggi intermodali, car sharing o bike sharing, perché si continuerà a cercare soluzioni senza rimuovere le cause.

La società contemporanea continua a muoversi secondo paradigmi ormai superati. Ci si sposta dalle residenze ai luoghi di lavoro e viceversa sempre agli stessi orari. Le aree urbane continuano a specializzarsi sempre di più per funzioni e le persone sono costrette a muoversi tra di esse senza poter scegliere quando farlo, dando anche per scontato che sia assolutamente necessario farlo.

Si attraversa la città per raggiungere posti di lavoro dove le persone che si spostano passano ore davanti al computer a svolgere mansioni e a occuparsi di cose che potrebbero essere fatte in qualsiasi altro posto con dispositivi portatili. Stessa cosa vale per le scuole che ancora sono organizzate più come caserme che come luoghi dove sviluppare conoscenza.

Per attraversare le città, indipendentemente dal mezzo che si utilizza, tutti noi, per trascorrere il tempo che ci viene rubato, siamo incollati allo smartphone, anche se siamo alla guida dell’auto. Le stesse pubblicità delle automobili non si soffermano più sulle caratteristiche prestazionali del mezzo ma sulle dotazioni informatiche e di intrattenimento che possiede.

D’altra parte le auto procedono sempre più lentamente nel traffico e spesso stanno ferme per via delle code o ai semafori. Stessa sorte per gli autobus e le moto, inutilmente voluminose, rumorose e potenti.

Sostituire le auto diesel con auto elettriche o ibride, con il car sharing o con le bici a pedalata assistita non risolve il problema di una mobilità senza senso.

Eppure la tecnologia per evitare tutto questo è già disponibile. E’ la nostra mente che è pigra e non mette in atto quei cambiamenti di paradigma che renderebbero la nostra vita più semplice e meno stressante.

Certamente non possiamo farlo individualmente. Sarebbe necessario che collettivamente prendessimo atto di una situazione sempre meno sostenibile e cercassimo di immaginare altre soluzioni, più radicali e innovative modificando la stuttura produttiva di beni e servizi, rimasta la stessa del secolo scorso, nonostante sia cambiato tutto, anche noi stessi.

Il movimento inutile in cui siamo imbrigliati quotidianamente ci ruba tempo prezioso, è stressante e senza senso. Oltretutto, analizzandolo con lucidità, non è necessario, ed è modificabile insieme alla regole che governano la nostra vita.

Finalmente, anche per effetto della crisi, ci stiamo accorgendo che questo modello non funziona più, oltre a non piacerci più, ed è questo il momento per immaginare qualche cosa di diverso che ci liberi dalle prigioni fisiche e mentali in cui siamo confinati.

Tornando alla mobilità, non solo gli spostamenti urbani per lavoro e per necessità sono stressanti, ma anche quelli che facciamo per il nostro piacere. Andare in vacanza è spesso motivo di stress. Vincolati da un orologio virtuale (programmato non si sa più da chi) che scandisce i tempi di tutte le nostre azioni, ci troviamo incolonnati in lunghissime code sia per uscire che per rientrare in città.

Le vere vacanze intelligenti sono quelle che non prevedono spostamenti in auto, in treno, in aereo….

Si perchè il viaggio, che è una delle esperienza più belle che una persona possa desiderare, ha perso il suo significato esperenziale ed è diventato semplicemente lo spostamento dal luogo di residenza al luogo di vacanza.

Tutto ciò di bello e avventuroso che potrebbe avvenire durante il viaggio è stato ridotto a delle ore noiosissime e interminabili in autostrada, ai caselli, negli autogrill, nelle stazioni, negli aeroporti… tutti “non luoghi” che sostituiscono i paesaggi reali e la vita che anima i territori attraversati ma ignorati, senza consapevolezza.

La differenza tra una vacanza e il viaggio sta nella scelta del mezzo, del percorso, alla disponibilità di tempo e alla propensione all’avventura libera piuttosto che la scelta pianificata di ciò che ci viene venduto e presentato come un nostro desiderio.

Non è un caso che i tour operator vendono pacchetti…

Che dire ? Io ho imparato a diffidare dei “pacchi”.

Fatte queste considerazioni, vi invito a oliare la catena della vostra bicicletta, a preparare i bagagli (pochi ed essenziali) e ad iniziare il vostro viaggio. Non importa quale sia la vostra meta, l’importante è partire per un’avventura che coinvolga non solo i vostri sensi.

Anche la gita fuori porta può diventare un viaggio se la si affronta con lo spirito giusto. Poi, imparando l’arte del viaggiare, le nostre avventure potrebbero assumere altre connotazioni ed aiutarci a modificare la nostra vita, cominciando a fare scelte più consapevoli e a liberarci da condizionamenti che la nostra stessa mente, oltre ad accettare, è abituata a confermare.

Il viaggio in bicicletta sappiamo dove inizia ma non sappiamo dove finisce e … se finisce…

LEGGI ANCHE http://mybikeway.it/la-felicita-in-bicicletta-un-libro-per-ciclisti-consapevoli/

I files con estensione .fit sono quelli generati dai dispositivi gps. Contengono informazioni sulla traccia generata e sono i più completi perchè includono tutti i punti del percorso, la velocità, l’altimetria, la distanza, la cadenza di pedalata, il consumo calorico, i battiti cardiaci, la potenza, il tempo totale e il tempo in movimento.

Questi files risiedono nella memoria del dispositivo e possono essere salvati anche sul pc semplicemente collegando il dispositivo e aprendo la cartella dove sono conservate le tracce. Troverete un elenco di numeri. I primi 6 numeri si riferiscono alla data in cui è stata realizzata la traccia (i primi 2 l’anno, poi gli altri 2 il mese e poi il giorno). Quelli che seguono sono indicizzazioni del file che permettono di riconoscere la traccia se, nello stesso giorno, ne sono state registrate più di una.

Copiate i file con estensione .fit sul vostro desktop e poi collegatevi al sito www.gpsies.com. Apparirà una schermata con varie opzioni. Cliccate su “Converti percorsi”. Apparirà una seconda schermata che vi chiederà di “Scegliere un file”. Cliccateci sopra e vi si aprirà la pagina per selezionare il vostro file con estensione .fit. Caricatelo. Il numero con l’estensione .fit comparirà sulla destra del pulsante.

A questo punto scegliete in basso a sinistra in che tipo di file volete convertire il file .fit. Scegliete l’opzione “GPX Track” così il file convertito conterrà tutte le informazioni utili. Cliccate sul bottone verde “converti” ed il gioco è fatto: sulla cartella download del vostro computer troverete il file con la stessa numerazione seguito dall’estensione .gpx.

Potete scegliere anche qualsiasi altra estensione di quelle presenti nella finestra di selezione ma tenete presente che i files con l’estensione .gpx sono universalmente riconosciuti da tutti i programmi.

Leggi anche:

Come inserire un file gpx nel tuo Bryton

Come inserire un file gpx nel tuo Garmin

Come sincronizzare un dispositivo GPS con STRAVA

Ci sono delle iniziative che sembrano voler interpretare in modo corretto un fenomeno in grande espansione costituito dalla sempre più massiccia presenza di ciclisti nelle nostre strade.

Il modo più sbagliato per farlo è un cartello, come quello nella foto, che “avverte gli automobilisti” della “pericolosa” presenza di ciclisti e li invita a rispettare la distanza di sicurezza di 1,5 m. nel sorpasso.

Il messaggio è chiaro: i ciclisti sono un pericolo così come lo sono gli animali selvatici o la caduta massi…

Poichè le strade sono di tutti, perchè non avvertire i ciclisti della presenza pericolosa di autoveicoli che, molto spesso non rispettano velocità e regole del Codice della strada nell’effettuare sorpassi ?

Suggerisco invece dei cartelli di questo tipo: “Itinerario ciclabile – Strada ad uso promiscuo con presenza rilevante di ciclisti – Rispettare i limiti di velocità e le distanze di sicurezza”

Se avete bisogno di ricaricarvi energeticamente, andate in bicicletta sulla piana di Castelluccio di Norcia, nei Monti Sibillini, tra Umbria e Marche. Per arrivarci potete scegliere uno dei tre versanti: da Norcia, da Visso e da Arquata del Tronto. Tutti portano sulla piana dove domina il piccolo paese di Castelluccio, alle pendici del Monte Vettore.

Ci troviamo proprio al centro del cratere del recente terremoto del 2016 che ha distrutto gran parte dei paesi circostanti ma che non ha potuto modificare il fascino di una natura incontaminata, decisamente indifferente agli eventi sismici.

Dopo la prima fase post terremoto, caratterizzata dagli interventi urgenti di messa in sicurezza e di ripristino, si è ora nella fase di ricostruzione e, seppure in villaggi temporanei (allestiti dignitosamente), la vita delle comunità è ripresa, mentre proseguono i lavori di demolizione e rimozione delle macerie.

Lo scenario delle distruzioni riguarda esclusivamente le abitazioni perché le strade sono tutte aperte al traffico veicolare e nei nuovi villaggi ci sono i servizi di base sia per la popolazione residente che per i turisti.

La piana di Castelluccio è uno dei luoghi più belli e affascinanti del centro Italia e merita un viaggio. Nota sin nell’antichità, è sempre stata considerata un luogo magico. Dal Lago di Pilato sul Vettore, all’antro della Sibilla sui monti che da lei hanno preso il nome, più che la storia dei luoghi sono state tramandate le leggende di raduni magico esoterici di maghi provenienti da tutta Europa.

Questa atmosfera la si respira ancora oggi. Lo spettacolo che si presenta appena si svalica da uno dei tre versanti (specialmente proveniendo da Norcia) è decisamente emozionante: una distesa d’erba, senza alberi, per chilometri, solcata da una strada rettilinea che divide in due la pianura con verdi colline circostanti, dominate dalla presenza del Monte Vettore, con la sommità quasi sempre avvolta da spesse nuvole.

Il “piccolo Tibet” lo si apprezza pienamente in autunno, possibilmente non durante il weekend, poiché è anche frequentatissimo dagli amanti del parapendio, dai motociclisti e dai turisti “mordi e fuggi” a caccia di selfie durante la famosa “fiorita di Castelluccio”.

La piana di Castelluccio è bellissima da percorrere in lungo e in largo in bici, ma ancora più bello è arrivarci affrontando le tre bellissime salite da Norcia, da Visso e da Arquata del Tronto.

CASTELLUCCIO DEGLI EROI

A tal proposito la asd Bikemotion ha predisposto il progetto di un brevetto permanente: “Castelluccio degli Eroi” che si può conseguire in qualsiasi periodo dell’anno e consiste nell’effettuare le tre scalate (e rispettive discese) nell’arco di 24 ore. Il brevetto si può conseguire partendo da una qualunque delle tre località: Norcia, Castelsantangelo sul Nera e Arquata del Tronto per raggiungere la piazza del paese di Castelluccio. Si scende poi verso una della altre due località per poi risalire e tornare alla piazza e ridiscendere di nuovo sull’ultimo versante per poi risalire l’ultima volta e completare il brevetto. Una volta completato il percorso, per essere omologati, bisognerà inviare via email alla asd Bikemotion il riferimento della propria traccia su Strava o Garmin Connect.

 

Il percorso completo misura 120 km e 3500 m. di dislivello. Le salite e le discese da affrontare sono 9. Le tre principali + le tre per svalicare la piana e le 3 per arrivare alla sommità di Castelluccio.

Norcia – Forca Canapine – 16,7 km e 858 m. dislivello +

Castelsantangelo sul Nera – Forca di Gualdo – 10,2 km e 771 m. dislivello +

Arquata del Tronto – Forca di Presta – 13,6 km e 944 m. dislivello +

CASTELLUCCIO DEGLI EROI – SMALL

Comunque sia, anche se non volete impegnarvi anche in una sola delle tre salite mitiche, potete arrivare in auto fino a Castelluccio e poi attraversare la piana in bici raggiungendo i tre valichi e facendo ritorno sempre a Castelluccio. Ci sono parcheggi, bar e ristoranti in nuove strutture antisismiche che vi aspettano per una giornata diversa (indimenticabile).

Percorso totale 40 km e 868 m. di dislivello +

Nel leggere questi dati che riporto di seguito, mi sono resa conto che i media e la politica si stanno occupando di cose, probabilmente importanti, senza però occuparsi con serietà e consapevolezza di altri temi, come l’alimentazione, ritenuti secondari, che hanno però degli effetti devastanti sulla vita di tutti noi.

Nell’anno 2012, nel mondo intero, sono morte 56 milioni di persone. Come sono morte ?

Non prendendo in considerazione la vecchiaia, gli incidenti di vario genere ed altre cause:

  • 620.000 sono state vittime della violenza umana. In particolare: le guerre hanno ucciso 120.000 persone, il crimine ne ha colpito un ulteriore mezzo milione.
  • 800.000 persone si sono suicidate.
  • 1,5 milioni di individui sono morti di diabete.

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Costruire il gruppo è la traduzione di “Team Building“, un termine che sta entrando in uso anche in Italia in quelle aziende che hanno interesse a creare delle nuove connessioni sociali tra i propri dipendenti. Ho appena partecipato come guida cicloturistica ad una esperienza promossa dalla GSK, la nota multinazionale farmaceutica con sedi in Italia e in tutto il mondo. Continua a leggere

Raramente guidando l’auto ci si rende conto dello stato in cui si trovano i bordi delle nostre strade. La rete delle strade regionali, provinciali, comunali italiane, senza tener conto delle autostrade, misura 837.493 km.

Per calcolare la lunghezza dei bordi basta raddoppiare il dato ottenendo circa 1,7 milioni di km. Le strade sono di varie tipologie ma la caratteristica che le accomuna è la presenza di una carreggiata dove transitano i veicoli, di una banchina che ne definisce il bordo esterno (non sempre praticabile) e di una fascia di rispetto tra la banchina e il confine esterno, molto spesso di terra con vegetazione, quasi sempre spontanea.

La banchina e la fascia di rispetto sono interessate da un fenomeno inquietante rappresentato dall’abbandono di rifiuti da parte dei vari utenti della strada.

Lungo tutte queste strade, con poche eccezioni (quando si attraversano centri urbani ben amministrati), c’è una ininterrotta sequela di rifiuti di vario tipo. Prevalentemente si tratta di bottiglie di plastica o di vetro, pacchetti di sigarette, contenitori di succhi di frutta e bevande, involucri di alimenti e altre tipologie di rifiuto tutte riconducibili a scarti di consumi effettuati dagli stessi utenti della strada che, aprendo il finestrino, li gettano sui bordi della strada.

Il fenomeno è generalizzato ed è difficilmente arginabile a valle con interventi da parte dei proprietari delle strade e dei cittadini di buona volontà che provano a ridare dignità a queste strisce di territorio considerate discariche dai più.

La rilevanza del problema può essere individuata in modo particolare dai cicloturisti (più che dai cicloamatori che percorrono a velocità più elevate le stesse strade, concentrati sulla ruota di chi li precede). Questi si muovono ad una velocità moderata e sono in grado di osservare ciò che li circonda, tanto da poter rilevare pienamente il fenomeno delle discariche a bordo strada.

Tra questi rifiuti si possono osservare anche gli involucri di barrette energetiche utilizzate dai ciclisti e questo sta a significare che anche loro non sono immuni da comportamenti incivili e sconsiderati. Ma questo tipo di rifiuti è comunque irrilevante rispetto ai pacchetti di sigarette che sono onnipresenti a testimoniare il fatto che il fumo delle sigarette, oltre a uccidere chi fuma, ne annebbia il cervello, dando vita a comportamenti inspiegabili altrimenti.

Il problema non è facilmente risolvibile. Si tratterebbe di ripulire i bordi delle strade attraverso una campagna a livello nazionale che coinvolga sia i proprietari delle strade che i fruitori e immediatamente dopo intervenire sulla vegetazione spontanea riqualificando il tutto con interventi strutturali tali da rendere evidente le eventuali trasgressioni anche a chi le compie.

In genere uno spazio ordinato e tenuto pulito funziona da deterrente nei confronti anche degli sporcaccioni. Infatti il loro gesto sconsiderato non avrebbe nessun tipo di alibi come invece accade oggi in presenza di tanti rifiuti stratificati.

 

La Parigi Brest Parigi è la ultra maratona ciclistica che si disputa ogni 4 anni in Francia a partire dal 1931. Dalla prima edizione c’è stato sempre un incremento notevole di partecipanti fino ad arrivare ai 7000 dell’ultima edizione del 2019. Si tratta di percorrere 1200 km partendo da una località nei pressi di Parigi fino a Brest, nella punta estrema della Bretagna, per poi farvi ritorno ripercorrendo più o meno la stessa strada a ritroso.

Il dislivello complessivo è di poco superiore ai 10.000 metri, ma si tratta di un percorso vallonato che alterna salite e discese senza soluzione di continuità. Le località attraversate non sono quelle più note della Francia: si tratta di piccoli borghi agricoli e di città di piccole dimensioni.

Se il territorio attraversato non presenta particolari attrattive, il calore umano che accompagna questa manifestazione è veramente eccezionale. Dalla partenza all’arrivo, di giorno e di notte, lungo la strada, c’è sempre una costante presenza di pubblico che applaude e incita i partecipanti.

Sicuramente è questa presenza eccezionale di pubblico e il calore e la passione che emana che attrae le migliaia di randonneurs provenienti da tutto il mondo.

La PBP (questo è l’acronimo) è una randonnée, anzi l’olimpiade delle randonnée, e in quanto tale, sulla carta, non è competitiva. In realtà si tratta di una delle manifestazioni sportive più estreme al mondo (tenendo conto dell’alto numero dei partecipanti). Pur non essendoci una classifica di merito ufficiale, solo riuscire a completarla entro il tempo massimo di 90 ore è un’impresa “eroica” che non tutti sono in grado di compiere.

Infatti la sfida, prima di tutto con sé stessi e con i propri limiti, è basata sulla capacità di pedalare costantemente, tenendo una media superiore ai 20 km/h, rinunciando al sonno e al recupero fisico (solo microsonni di pochi minuti e mai in un vero letto) e adattandosi ad affrontare tutte le difficoltà che si incontrano: dalle mutevoli condizioni atmosferiche, alla pioggia, al vento, all’escursione termica (dai 30° di giorno ai 3° di notte), fino alla difficoltà di trovare un riparo, se sopraggiungono gli inevitabili “colpi di sonno”, o dei servizi igienici praticabili.

I ristori predisposti dagli organizzatori ci sono. Sono a pagamento ma a prezzi bassi e con una discreta qualità, ma lungo il percorso è la popolazione che in modo spontaneo organizza dei punti di ristoro gratuiti, molto spesso gestiti da adolescenti eccitatissimi che sul bordo della strada ti chiedono “il cinque” come fossi un gran campione alla fine della tua gara vittoriosa.

E’ questo calore e questa partecipazione che ti spinge a tentare di portare a termine la sfida, perchè dopo aver pedalato per ore di giorno e di notte sulle belle strade asfaltate della Bretagna, avvicinandoti al giro di boa di Brest, cominciano a farsi sentire la stanchezza, i dolori muscolari e i disagi dovuti alla postura (dopo 20 ore in sella, qualsiasi sottosella si ribella).

Il bisogno di dormire è evidente e segnalato dai numerosi corpi di ciclisti, apparentemente senza vita, sparsi lungo i bordi della strada, con le bici riverse sull’asfalto a segnalare la loro presenza. Una sorta di scenario da “day after” che, in quanto sopravvissuto, ti spinge a pedalare senza fermarti, fino allo sfinimento (inevitabile, ma da evitare).

E’ questa la chiave per affrontare la PBP: saper stare tante ore in sella di seguito, pedalare mantenendo una velocità media superiore ai 20 km/h e un ritmo il più possibile costante (nonostante i continui saliscendi spezzagambe), saper rinunciare al sonno sostituendolo con microsonni, trovare soluzioni logistiche improvvisate per le funzioni vitali minime, avere un abbigliamento tecnico adeguato, alimentarsi con costanza, perdere meno tempo possibile ai controlli, e, soprattutto, viaggiare da soli perchè ciascuno ha i suoi ritmi e la gestione dei limiti personali non può essere condivisa che in piccola parte con altri compagni di avventura.

In realtà alla PBP non si viaggia mai da soli. C’è sempre un gruppo occasionale a cui accodarsi per brevi o lunghi tratti del percorso. Questo è il bello della PBP perchè è l’evento dove le solitudini di ciascuno sono le solitudini di tutti, perchè sono condivise, ma non necessariamente nello stesso spazio e nello stesso tempo. Ciascuno procede concentrato su sé stesso in un flusso ininterrotto che si scompone e ricompone secondo regole che spesso appaiono incomprensibili.

Di notte, le luci rosse dei randonneur, disegnano il percorso da seguire. Dopo poco che pedali nell’oscurità, impari a leggere le discontinuità altimetriche semplicemente osservando queste luci che, in pianura e in discesa, disegnano una linea rossa continua e, nelle salite, si trasformano in piccoli grappoli che, poi, tornano ad essere una linea.

Un’altra caratteristica della PBP è l’odore dei randonneurs (ma è più corretto chiamarla puzza, con il suo vero nome) che si percepisce dopo 4 giorni e 4 notti passati sudando negli stessi indumenti, senza mai lavarsi per non perdere tempo. Infatti devi scegliere se dormire o lavarti. Quasi sempre scegli di dormire. Se scegli di lavarti è perchè pedali ad una velocità superiore alla media e ti puoi conquistare questo piccolo privilegio (la doccia) senza rubarlo ai microsonni.

In realtà, la quasi totalità dei randonneurs punta a finire il prima possibile l’avventura della PBP e rimanda a dopo l’arrivo il recupero fisico e mentale oltre al decoro personale.

La PBP non è una passeggiata. E’ un’impresa interiore che lascia il segno. Hai poche cose da raccontare a chi non ha condiviso con te questa avventura. Non sono i paesaggi monotoni e ripetitivi che puoi descrivere perchè li hai appena osservati e percepiti, dovendo superare la sensazione di noia che può generare un percorso non circolare ma lineare, di andata e ritorno. Al massimo potrai cercare di raccontare il contesto umano che caratterizza questo evento, la passione dei francesi per il ciclismo eroico, l’emozione provata e trasmessa dai tanti abitanti di località rurali dimenticate che ogni 4 anni vengono a contatto per giorni con una moltitudine di ciclisti che parlano tutte le lingue del mondo, spesso incomprensibili.

La mia esperienza personale alla prima partecipazione alla PBP (del 2019), nonostante tutto, è stata estremamente positiva. Non l’ho conclusa, mi sono fermato dopo 450 km. L’ho fatto per scelta consapevole avendo sbagliato l’approccio. Sono partito dall’Italia con un camper insieme a 3 amici randonneurs iscritti alla PBP e un amico disponibile a supportarci alla guida e alla gestione del camper. Quello che a nostro avviso doveva essere un vantaggio, si è rivelato uno svantaggio. Avere il camper di riferimento che ci aspettava nei pressi di alcuni controlli (più o meno ogni 200 km) ci ha costretto a procedere in gruppo, scontando le soste e i piccoli inconvenienti di ciascuno. Una volta raggiunto il camper, il tempo dedicato al sonno è stato limitato perchè eroso dai tempi necessari per la gestione del bagno, della logistica, dei ristori e dai tempi di attesa dei compagni prima della ripartenza. Sostanzialmente abbiamo percorso i 450 km in 21 ore (sicuramente nella media) ma perdendo più di 10 ore nelle soste, potendo, di fatto, usufruire di sole due ore di sonno.

Arrivati al controllo di Loudéac, a 150 km da Brest, avevamo solo l’alternativa tra liberare il camper e proseguire autonomamente e individualmente senza il suo supporto, tentando di recuperare il tempo perduto nella modalità adottata dagli altri randonneurs, oppure finirla li e traformare l’esperienza in una vacanza in Francia.

Fortunatamente per tutti noi è prevalsa la seconda ipotesi e, così, dopo aver registrato formalmente il nostro ritiro, siamo andati in Normandia a Mont Saint Michel a ossevare, da cicloturisti, il fenomeno delle maree (di giorno e di notte), a mangiare ostriche sul molo a Cancale, per poi riattraversare la Francia fino a Brianchon e scalare il Col du Galibier e il Colle delle Finestre, due salite monumento del Tour de France e del Giro d’Italia che, da sole, meritano un viaggio.

Personalmente non so se parteciperò alla prossima edizione della PBP. Mancano 4 anni e avrò il tempo di metabolizzare l’esperienza fatta. Al momento penso di no perchè, avendo partecipato lo scorso anno alla Alpi 4000, una delle ultramaratone dell’Italia del Grand Tour, una prova sicuramente più impegnativa della PBP per distanza (1500 km) e per dislivello (21.000 m.) ma con più ore a disposizione per completarla, le differenze di impostazione tra i due eventi sono evidenti e, a mio parere, sono fortemente sbilanciate verso la prova italiana che coniuga intelligentemente l’evento sportivo con l’approccio cicloturistico, alla ricerca e alla scoperta della bellezza e della varietà dei paesaggi attraversati come premio per la inevitabile fatica e per i disagi da sopportare.

Vedi anche: “Come ci si qualifica alla PBP”