La Parigi Brest Parigi è la ultra maratona ciclistica che si disputa ogni 4 anni in Francia a partire dal 1931. Dalla prima edizione c’è stato sempre un incremento notevole di partecipanti fino ad arrivare ai 7000 dell’ultima edizione del 2019. Si tratta di percorrere 1200 km partendo da una località nei pressi di Parigi fino a Brest, nella punta estrema della Bretagna, per poi farvi ritorno ripercorrendo più o meno la stessa strada a ritroso.

Il dislivello complessivo è di poco superiore ai 10.000 metri, ma si tratta di un percorso vallonato che alterna salite e discese senza soluzione di continuità. Le località attraversate non sono quelle più note della Francia: si tratta di piccoli borghi agricoli e di città di piccole dimensioni.

Se il territorio attraversato non presenta particolari attrattive, il calore umano che accompagna questa manifestazione è veramente eccezionale. Dalla partenza all’arrivo, di giorno e di notte, lungo la strada, c’è sempre una costante presenza di pubblico che applaude e incita i partecipanti.

Sicuramente è questa presenza eccezionale di pubblico e il calore e la passione che emana che attrae le migliaia di randonneurs provenienti da tutto il mondo.

La PBP (questo è l’acronimo) è una randonnée, anzi l’olimpiade delle randonnée, e in quanto tale, sulla carta, non è competitiva. In realtà si tratta di una delle manifestazioni sportive più estreme al mondo (tenendo conto dell’alto numero dei partecipanti). Pur non essendoci una classifica di merito ufficiale, solo riuscire a completarla entro il tempo massimo di 90 ore è un’impresa “eroica” che non tutti sono in grado di compiere.

Infatti la sfida, prima di tutto con sé stessi e con i propri limiti, è basata sulla capacità di pedalare costantemente, tenendo una media superiore ai 20 km/h, rinunciando al sonno e al recupero fisico (solo microsonni di pochi minuti e mai in un vero letto) e adattandosi ad affrontare tutte le difficoltà che si incontrano: dalle mutevoli condizioni atmosferiche, alla pioggia, al vento, all’escursione termica (dai 30° di giorno ai 3° di notte), fino alla difficoltà di trovare un riparo, se sopraggiungono gli inevitabili “colpi di sonno”, o dei servizi igienici praticabili.

I ristori predisposti dagli organizzatori ci sono. Sono a pagamento ma a prezzi bassi e con una discreta qualità, ma lungo il percorso è la popolazione che in modo spontaneo organizza dei punti di ristoro gratuiti, molto spesso gestiti da adolescenti eccitatissimi che sul bordo della strada ti chiedono “il cinque” come fossi un gran campione alla fine della tua gara vittoriosa.

E’ questo calore e questa partecipazione che ti spinge a tentare di portare a termine la sfida, perchè dopo aver pedalato per ore di giorno e di notte sulle belle strade asfaltate della Bretagna, avvicinandoti al giro di boa di Brest, cominciano a farsi sentire la stanchezza, i dolori muscolari e i disagi dovuti alla postura (dopo 20 ore in sella, qualsiasi sottosella si ribella).

Il bisogno di dormire è evidente e segnalato dai numerosi corpi di ciclisti, apparentemente senza vita, sparsi lungo i bordi della strada, con le bici riverse sull’asfalto a segnalare la loro presenza. Una sorta di scenario da “day after” che, in quanto sopravvissuto, ti spinge a pedalare senza fermarti, fino allo sfinimento (inevitabile, ma da evitare).

E’ questa la chiave per affrontare la PBP: saper stare tante ore in sella di seguito, pedalare mantenendo una velocità media superiore ai 20 km/h e un ritmo il più possibile costante (nonostante i continui saliscendi spezzagambe), saper rinunciare al sonno sostituendolo con microsonni, trovare soluzioni logistiche improvvisate per le funzioni vitali minime, avere un abbigliamento tecnico adeguato, alimentarsi con costanza, perdere meno tempo possibile ai controlli, e, soprattutto, viaggiare da soli perchè ciascuno ha i suoi ritmi e la gestione dei limiti personali non può essere condivisa che in piccola parte con altri compagni di avventura.

In realtà alla PBP non si viaggia mai da soli. C’è sempre un gruppo occasionale a cui accodarsi per brevi o lunghi tratti del percorso. Questo è il bello della PBP perchè è l’evento dove le solitudini di ciascuno sono le solitudini di tutti, perchè sono condivise, ma non necessariamente nello stesso spazio e nello stesso tempo. Ciascuno procede concentrato su sé stesso in un flusso ininterrotto che si scompone e ricompone secondo regole che spesso appaiono incomprensibili.

Di notte, le luci rosse dei randonneur, disegnano il percorso da seguire. Dopo poco che pedali nell’oscurità, impari a leggere le discontinuità altimetriche semplicemente osservando queste luci che, in pianura e in discesa, disegnano una linea rossa continua e, nelle salite, si trasformano in piccoli grappoli che, poi, tornano ad essere una linea.

Un’altra caratteristica della PBP è l’odore dei randonneurs (ma è più corretto chiamarla puzza, con il suo vero nome) che si percepisce dopo 4 giorni e 4 notti passati sudando negli stessi indumenti, senza mai lavarsi per non perdere tempo. Infatti devi scegliere se dormire o lavarti. Quasi sempre scegli di dormire. Se scegli di lavarti è perchè pedali ad una velocità superiore alla media e ti puoi conquistare questo piccolo privilegio (la doccia) senza rubarlo ai microsonni.

In realtà, la quasi totalità dei randonneurs punta a finire il prima possibile l’avventura della PBP e rimanda a dopo l’arrivo il recupero fisico e mentale oltre al decoro personale.

La PBP non è una passeggiata. E’ un’impresa interiore che lascia il segno. Hai poche cose da raccontare a chi non ha condiviso con te questa avventura. Non sono i paesaggi monotoni e ripetitivi che puoi descrivere perchè li hai appena osservati e percepiti, dovendo superare la sensazione di noia che può generare un percorso non circolare ma lineare, di andata e ritorno. Al massimo potrai cercare di raccontare il contesto umano che caratterizza questo evento, la passione dei francesi per il ciclismo eroico, l’emozione provata e trasmessa dai tanti abitanti di località rurali dimenticate che ogni 4 anni vengono a contatto per giorni con una moltitudine di ciclisti che parlano tutte le lingue del mondo, spesso incomprensibili.

La mia esperienza personale alla prima partecipazione alla PBP (del 2019), nonostante tutto, è stata estremamente positiva. Non l’ho conclusa, mi sono fermato dopo 450 km. L’ho fatto per scelta consapevole avendo sbagliato l’approccio. Sono partito dall’Italia con un camper insieme a 3 amici randonneurs iscritti alla PBP e un amico disponibile a supportarci alla guida e alla gestione del camper. Quello che a nostro avviso doveva essere un vantaggio, si è rivelato uno svantaggio. Avere il camper di riferimento che ci aspettava nei pressi di alcuni controlli (più o meno ogni 200 km) ci ha costretto a procedere in gruppo, scontando le soste e i piccoli inconvenienti di ciascuno. Una volta raggiunto il camper, il tempo dedicato al sonno è stato limitato perchè eroso dai tempi necessari per la gestione del bagno, della logistica, dei ristori e dai tempi di attesa dei compagni prima della ripartenza. Sostanzialmente abbiamo percorso i 450 km in 21 ore (sicuramente nella media) ma perdendo più di 10 ore nelle soste, potendo, di fatto, usufruire di sole due ore di sonno.

Arrivati al controllo di Loudéac, a 150 km da Brest, avevamo solo l’alternativa tra liberare il camper e proseguire autonomamente e individualmente senza il suo supporto, tentando di recuperare il tempo perduto nella modalità adottata dagli altri randonneurs, oppure finirla li e traformare l’esperienza in una vacanza in Francia.

Fortunatamente per tutti noi è prevalsa la seconda ipotesi e, così, dopo aver registrato formalmente il nostro ritiro, siamo andati in Normandia a Mont Saint Michel a ossevare, da cicloturisti, il fenomeno delle maree (di giorno e di notte), a mangiare ostriche sul molo a Cancale, per poi riattraversare la Francia fino a Brianchon e scalare il Col du Galibier e il Colle delle Finestre, due salite monumento del Tour de France e del Giro d’Italia che, da sole, meritano un viaggio.

Personalmente non so se parteciperò alla prossima edizione della PBP. Mancano 4 anni e avrò il tempo di metabolizzare l’esperienza fatta. Al momento penso di no perchè, avendo partecipato lo scorso anno alla Alpi 4000, una delle ultramaratone dell’Italia del Grand Tour, una prova sicuramente più impegnativa della PBP per distanza (1500 km) e per dislivello (21.000 m.) ma con più ore a disposizione per completarla, le differenze di impostazione tra i due eventi sono evidenti e, a mio parere, sono fortemente sbilanciate verso la prova italiana che coniuga intelligentemente l’evento sportivo con l’approccio cicloturistico, alla ricerca e alla scoperta della bellezza e della varietà dei paesaggi attraversati come premio per la inevitabile fatica e per i disagi da sopportare.

Vedi anche: “Come ci si qualifica alla PBP”

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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Molti ciclisti si trovano in difficoltà ad inserire tracce gpx nel proprio dispositivo Bryton, operazione necessaria per poter poi navigare il percorso.

Non tutti i dispositivi Bryton hanno la funzione di navigazione. Certamente ce l’hanno i due dispositivi cartografici (Aero 60 e Rider 450) ma anche il 530, il 420 e il 330 che non dispongono di base cartografica ma forniscono le indicazioni di base per la navigazione (ad esempio: gira a destra tra 150 m. ecc.).

Questo che ti suggerisco è il metodo più semplice e più affidabile. 

Hai però bisogno di un PC e un cavo usb (in genere fornito insieme al dispositivo, ma facilmente reperibile).

Per prima cosa devi collegare il dispositivo al tuo PC con il cavo usb.

Fatto questo sul desk del PC (o MAC) apparirà l’icona del Bryton come disco rigido. 

Cliccaci sopra e si apriranno diverse cartelle. 

Apri la cartella ExtraFiles. 

Trascinaci dentro il file gpx che hai scaricato da Openrunner o altro sito tipo Strava o acquisito in altro modo (ad esempio un file gpx generato da altro utente).

Appena inserita la traccia nella cartella ExtraFiles il dispositivo trasformerà il file gpx in una traccia utilizzabile. 

Fatto questo devi scollegare il dispositivo dal computer.

Ora puoi attivare il dispositivo (scollegato) e andare sul Menù. Scorri su “Segui percorso” e poi su “Vista” dove troverai la traccia con il nome del file gpx che hai caricato.

IMPORTANTE: Prima di caricarlo sul dispositivo modifica il nome del file gpx in modo da poterlo rintracciare sul tuo dispositivo più facilmente.

NOTA: I files gpx generati dai vari programmi come Openrunner, Bikemap o Strava, non hanno tutte le informazioni contenute nei files generati dal dispositivo per cui potrebbero risultare instabili. Quindi sarebbe meglio utilizzare tracce gpx generate da un dispositivo on the road, ma non sempre questo è possibile.

Se hai un Garmin vai a questo link

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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Vi siete mai chiesti chi è che ha inventato la catena della bicicletta ?

L’umanità è sempre stata piena di catene…. ma questo tipo di catena (che si può flettere su un solo asse) è stata inventata (guarda un po’) da Leonardo Da Vinci, che ha disegnato le prime bozze tra il 1478 e il 1518, e che sono raccolte nel Codice Atlantico. Ma non è stato lui ad applicarla alla bicicletta. Ci ha pensato nel 1832 tale Meduel Gall che l’ha anche brevettata. Continua a leggere

Valter Ballarini

Nato a Terni, in Umbria, ciclista, randonneur, guida cicloturistica, da anni esplora il mondo del Ciclismo non solo come fenomeno sportivo ma come modalità più consapevole di osservare e vivere la realtà. Architetto, in passato, ha realizzato progetti come la Bibliomediateca e il Videocentro a Terni, la Città del Gusto del Gambero Rosso a Roma, il Virtual Reality & Multi Media Park di Torino.

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